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Via da Confindustria chi corrompe

«Senso del dovere». Parole che Giorgio Squinzi scandisce mentre conclude la relazione all’assemblea di Confindustria. E va anche oltre, coinvolgendo in questa sua considerazione tutta la platea: «È il patrimonio indiscutibile della nostra natura di imprenditori veri».
Un orgoglio, un senso di appartenenza che va di pari passo con l’impegno per la trasparenza, la legalità, il rispetto delle regole, che sono la base per il buon funzionamento del mercato, ma anche di tutta la società e del paese. È una battaglia di Confindustria e Squinzi ci si è soffermato a lungo, partendo dal caso dell’Expo 2015, che con le recenti vicende riporta a quello che ha definito «uno dei temi chiave del paese». Ed ha ottenuto un lungo applauso quando ha detto esplicitamente «chi corrompe fa male alla propria comunità, fa male al mercato, produce un grave danno alla concorrenza e ai suoi colleghi». Traendone la diretta conseguenza: «Queste persone non possono stare in Confindustria».
Per i corrotti non c’è spazio nella casa delle imprese. Non serve aumentare le leggi: l’Italia, ha sottolineato il presidente di Confindustria, è il paese con le norme più severe ed avanzate per quanto riguarda la lotta alla corruzione. Basta applicare quelle che ci sono. Ma soprattutto bisogna abbattere quello che ha definito il «muro della complicazione». Un muro invisibile, che Squinzi ha descritto citando Tacito, fatto di «complicazioni, opacità, tempi infiniti e autorizzazioni» che diventano un favore e non un diritto.
È contro questa situazione che Confindustria vuole fare la propria parte, richiamandosi alla responsabilità degli imprenditori e ai valori che devono ispirare i loro comportamenti.
Squinzi ha ricordato i codici che la confederazione si è data, la scelta di estromettere imprenditori che «utilizzavano facili scorciatoie» o «peggio, erano in relazione con la criminalità organizzata». Un impegno su cui il presidente di Confindustria vuole alzare l’asticella, costruendo «a tutti i livelli» una cultura della trasparenza.
Squinzi ha chiesto «uno scatto morale», alle imprese in primo luogo, e al paese. Uno scatto morale imprescindibile se ci si vuole liberare da quell’«alleanza perversa» tra complicazione e corruzione. È nelle migliaia di leggi che si annida la corruzione, in quella burocrazia che Squinzi vuole combattere, una lotta che ha messo al centro della sua presidenza e che è l’altra faccia della legalità e del rispetto delle regole.
Occorre un terzo tassello, che è il funzionamento della giustizia. Accanto al proprio impegno le imprese vorrebbero un sistema giudiziario «severo ma giusto, da rispettare non da temere». Squinzi lo ha sottolineato, con un richiamo ai doveri di ciascuno: «Alla magistratura, di cui ho profondo rispetto, stanno il potere e il dovere di giudicare e sanzionare». A noi, agli imprenditori «il dovere di difendere la nostra casa dai corruttori che ci danneggiano e di denunciare i corruttori che ci taglieggiano».
Sono le premesse per poter creare quel clima favorevole al fare impresa, dire basta a quella «cultura anti-imprenditoriale e di criminalizzazione del profitto» denunciata, ieri, anche dal ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi. Mettere gli imprenditori nelle condizioni migliori per fare la propria parte anche per quanto riguarda gli investimenti, tema su cui il presidente di Confindustria ammette che «forse in passato non si è fatto abbastanza» e che considera un «compito preciso delle aziende». Cioè crescere, patrimonializzarsi, investire in ricerca, innovare a tutti i livelli, con il fine ultimo di creare occupazione.
Negli obiettivi di Squinzi c’è «un’Italia più amica delle imprese e degli imprenditori», una Confindustria che combatte per i valori dell’etica e della moralità, al proprio interno come all’esterno. Nella convinzione «profonda» che il paese funziona grazie «all’opera quotidiana e silenziosa di chi ha il senso del dovere».
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