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Via alla golden share applicabile a tutte le società strategiche

È definitiva la legge sulla nuova «golden share», la riforma dei «poteri speciali» riservati al governo nelle società privatizzate, mal vista dalle autorità di Bruxelles perché limita la libera circolazione dei capitali.
L’assemblea del Senato ha approvato ieri in seconda lettura il decreto legge presentato dal premier Mario Monti e dal ministro per Affari europei, Enzo Moavero Milanesi. Con un voto a larga maggioranza, 246 favorevoli, 20 astenuti.
Nessuna modifica al testo già votato dalla Camera, dunque il decreto è convertito in legge. Contro l’Italia era in corso una procedura d’infrazione della Ue giunta a maturazione. Il deposito del ricorso giurisdizionale della Commissione Ue è stato sospeso con l’insediamento del governo Monti, per dar modo all’esecutivo di intervenire. Ora Bruxelles valuterà la portata del nuovo provvedimento e la sua conformità.
La caratteristica principale della nuova norma è che i poteri d’intervento del governo per proteggere le aziende considerate strategiche contro scalate di soggetti che possano recare pregiudizio all’interesse nazionale non saranno più riservati alle società oggetto di partecipazione azionaria dello Stato e di dismissioni. Questi poteri del governo si potranno applicare a settori «strategici» della produzione e dei servizi: sono la difesa e sicurezza nazionale (articolo 1 del decreto), da individuare con successivi decreti del presidente del Consiglio (Dpcm) «previa comunicazione al Parlamento», oppure gli attivi strategici nell’energia, nei trasporti, comunicazioni e servizi pubblici essenziali (articolo 2). Questi verranno individuati con «regolamenti» governativi, da sottoporre al parere parlamentare.
In astratto, quindi, il governo potrebbe intervenire in caso di cessioni o tentativi di acquisizione anche su imprese che non appartengono allo Stato né sono state privatizzate, ma sono già a proprietà privata. Per esempio è stato fatto il nome della Avio, società di motori aeronautici e propulsori spaziali, che il socio di controllo, il fondo inglese Cinven, vorrebbe vendere. Su Avio c’è un interesse della francese Safran (nel cui cda da qualche tempo siede Giovanni Bisignani, ex a.d. dell’Alitalia ed ex d.g. della Iata).
I tecnici del governo parlano di «golden power», non più di «golden share». Ma sempre di poteri d’intervento si tratta. Il settore maggiormente protetto è l’industria della difesa. Non solo per la delicatezza del prodotto, le armi. La norma sembra ispirata alla protezione della Finmeccanica da scalate. Perché tra sconquassi di vario genere, indagini giudiziarie sul precedente e sull’attuale capoazienda, percezione di incertezze sulle strategie industriali, nell’ultimo anno il titolo ha perso il 70 per cento. Ieri un altro tonfo del 4,46% a 2,828 euro, che corrisponde a un valore di appena 1.700 milioni per l’intera società, appartenente per il 30,2% al ministero dell’Economia.
La vecchia «golden share» abolita è anche negli statuti di Eni, Enel, Terna e Telecom Italia. Il governo Berlusconi aveva individuato con un Dpcm anche la Snam, ma l’«azione d’oro» non è mai entrata nella società dei metanodotti. Resta in vigore il tetto alle partecipazioni azionarie di soggetti diversi dallo Stato, che è del 3% per Eni, Enel, Finmeccanica e Telecom, del 5% per Terna.

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