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Via alla Convenzione, 18 mesi per le riforme

Una Convenzione aperta anche a esperti non parlamentari per portare avanti le riforme. A partire dal superamento del bicameralismo paritario: una sola Camera deve dare la fiducia al governo e Palazzo Madama deve diventare Senato delle Regioni e delle autonomie (ma senza le Province, che bisogna abolire). In secondo luogo, la modifica della legge elettorale – che assicuri governabilità e che permetta ai cittadini di scegliere i propri parlamentari – al limite tornando anche al vecchio Mattarellum (75% maggioritario a turno unico, 25% proporzionale con liste bloccate). Il tema delle riforme è forse il cuore politico del discorso programmatico del nuovo premier Enrico Letta. Da una parte, ieri alla Camera c’è stata un’apertura esplicita a tutti i partiti (al Movimento 5 Stelle ha detto: «scongelatevi»). Inoltre, al buon esito della Convenzione, Letta ha legato il suo governo, mettendo sul piatto le dimissioni: «Tra 18 mesi verificherò se il progetto è avviato verso un porto sicuro. Se sarà così il governo potrà continuare a lavorare, altrimenti non esiterei a trarne le conseguenze».
Il presidente del Consiglio, come punto di partenza, ha fatto riferimento ai «risultati delle attività parlamentari della scorsa legislatura e delle conclusioni del Comitato dei saggi istituito dal presidente della Repubblica». Per la verità, il lavoro della scorsa legislatura era arrivato a una debole intesa su un rafforzamento del poteri del premier, mentre sul nuovo sistema di voto si parlava di un proporzionale con premio di governabilità al primo partito. Tutto poi era naufragato dopo l’accelerazione del Pdl su semipresidenzialismo e doppio turno di collegio.
Diverso il discorso sul lavoro dei quattro saggi: l’attuale ministro delle riforme Gaetano Quagliariello (Pdl), Luciano Violante (area Pd), Mario Mauro (Scelta civica) e il costituzionalista Valerio Onida. Nel documento consegnato a Napolitano il 12 aprile molti erano stati i punti d’intesa: dal superamento del bicameralismo perfetto con l’istituzione di un Senato delle Regioni alla riduzione del numero dei parlamentari fino alla necessità di riformare i regolamenti delle Camere per snellire l’iter legislativo. La fiducia al Governo è concessa dalla sola Camera dei deputati, che nella bozza dei saggi si riducono da 630 a 480. Il Senato si trasforma in Senato delle Regioni: formato da soli 120 membri a fronte degli attuali 315, è costituito da tutti i presidenti di Regione e da rappresentanti delle Regioni eletti da ciascun consiglio regionale.
Divisioni tra i saggi sono emerse invece su forma di governo e legge elettorale. Fabrizio Cicchitto ha ribadito ieri che per il Pdl «la via maestra è quella della adozione del sistema francese, dal semipresidenzialismo al doppio turno. La convenzione può essere un’ottima sede per riscrivere il quadro istituzionale» (convenzione alla cui guida si è candidato ieri l’ex premier Silvio Berlusconi).
Storicamente contrario all’elezione diretta del presidente della Repubblica invece il Pd, che pure vedrebbe bene il sistema elettorale a doppio turno di collegio (è eletto chi ottiene il 50% più uno dei voti, altrimenti vanno al ballottaggio i candidati che hanno superato il 12,5%). L’ex segretario Pier Luigi Bersani aveva paventato con il presidenzialismo il rischio di finire come il Sud America di 20 anni fa. Tuttavia, Matteo Renzi nei giorni scorsi ha aperto all’opzione presidenzialista, almeno nella versione “sindaco d’Italia” (con riferimento al sistema elettorale per i Comuni, che prevede l’elezione diretta del sindaco con il ballottaggio). Oltre all’opzione del doppio turno, i saggi hanno messo sul tappeto altre tre opzioni: il proporzionale su base nazionale proprio del sistema tedesco; il proporzionale di collegio con perdita dei resti proprio del sistema spagnolo (che favorisce i partiti maggiori); il vecchio Mattarellum. «Darò uno scadenzario, non serviranno 18 mesi per le quattro letture che servono per modificare la costituzione», ha assicurato il neoministro Quagliariello.

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