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Via al «salva Italia». Il no di Lega e Idv

di Monica Guerzoni

ROMA — La Lega batte i piedi, lancia ululati contro Monti, fa il pollice verso gridando «libertà!» e anche l'Idv conferma lo strappo, ma le opposizioni non riescono a fermare l'iter della manovra. Il decreto «salva Italia», 34,9 miliardi lordi di sacrifici, è legge alle tre e un quarto del pomeriggio quando il presidente Renato Schifani proclama il via libera con 257 sì, 41 no e nessun astenuto. E a tarda sera arriva anche la firma del Presidente Napolitano. L'Aula di Palazzo Madama è semideserta, nell'emiciclo ci sono solo Mario Monti, i suoi ministri e 17 senatori. E gli altri? Hanno votato, poi hanno impugnato i trolley e sono schizzati via, verso le vacanze di Natale.
«All'opposizione ci stiamo divertendo», è il commento di Umberto Bossi da Bolzano. Il leader leghista è convinto che il governo non durerà fino al 2013 e che «l'Italia affonderà». E Berlusconi? «Mi sembra che abbia troppa paura — provoca Bossi —. Sta lì buono come una pecorella…». Ma è il capogruppo Federico Bricolo a fare a pezzi «una manovra che è una rapina», ad attaccare Monti perché «i calciatori miliardari sono già in volo per le Maldive» senza essere stati nemmeno scalfiti da «dieci miliardi di tasse in più». La chiusa dell'intervento è una dichiarazione di guerra. «La storia va avanti e tutto può accadere, anche che con questa manovra — evoca la secessione il capogruppo leghista — i popoli del Nord possano riprendersi la propria libertà».
La Lega vota contro e così Svp e Union Valdotaine, che dichiarano un «no sofferto». E i dodici senatori dell'Italia dei valori, il partito che già alla Camera aveva voltato le spalle a Monti, ribadiscono la scelta di passare all'opposizione contro il «governo dei banchieri». Ma Pdl, Pd, Terzo polo, Coesione nazionale ed Mpa confermano la fiducia al governo e anche Monti, senatore a vita, vota la fiducia a sé stesso. Il premier è soddisfatto, ma la maggioranza che lo sostiene si è assottigliata. Il 17 novembre ottenne la prima fiducia con 281 voti, 24 in più di ieri. E gli assenti, che erano 15, salgono a 23. Tra i senatori a vita l'unico presente (oltre a Monti) è Emilio Colombo, che vota la fiducia. Il Pdl resta «leale e responsabile», Maurizio Gasparri ringrazia i suoi senatori per aver votato la fiducia «pressoché all'unanimità», nonostante una manovra «luci e ombre». Ma i maldipancia si fanno sentire. Esteban Caselli vota contro, Mario Mantovani, Piero Longo, Francesco Nitto Palma e altri cinque del Pdl non rispondono alla chiama. E anche il Pd è in fibrillazione. Il segretario Pier Luigi Bersani la riforma delle pensioni l'avrebbe fatta «un filino più graduale». E in Aula, nella dichiarazione di voto, il vicepresidente dei senatori Nicola Latorre fa capire quanto profonda sia la sofferenza nei confronti di una «manovra durissima»: «Non esiste risanamento dei conti senza sviluppo, senza una significativa ridistribuzione del reddito».
In un clima chiassoso, pre-vacanziero e solo a tratti teso, il pd Filippo Bubbico vota con il cellulare all'orecchio. Il capogruppo dell'Idv, Felice Belisario, sfiducia Monti: «Lei non è la controfigura di Babbo Natale». Ma la scena madre è della Lega. A mezzogiorno Schifani legge il dispositivo di censura per la bagarre di mercoledì sera, per i fischietti e lo striscione «governo ladro». E alle due Bricolo scatena di nuovo il caos quando dice che lui, veneto, celebra «la Serenissima» e non l'unità d'Italia. Stefano Pedica dell'Idv si alza e chiede a Schifani di intervenire, il Pd grida e protesta e i leghisti, in coro, intonano «Libertà! Libertà!». E quando tutto è finito Roberto Calderoli rivendica la rivolta: «Monti è stato supponente e arrogante. Il governo è illegittimo e noi siamo orgogliosi della censura che ci è stata comminata».
 

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