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Via al copyright Ue, Italia contraria Così il governo saboterà la riforma

Via libera finale dei governi europei alla nuova direttiva sul copyright che permetterà a editori, produttori cinematografici, musicali e all’industria creativa nel suo insieme di ottenere un giusto compenso per l’uso delle proprie opere da parte dei colossi del Web. L’esecutivo Conte – su questo dossier trainato dal Movimento 5 Stelle – però in Europa vota contro e si prepara a rallentare l’introduzione in Italia di un testo che con ingenti mezzi le lobby delle multinazionali della Rete in questi tre anni hanno cercato di affondare. Ora, dopo il decisivo voto a marzo dell’Europarlamento e la ratifica di ieri delle capitali, i governi europei hanno due anni per recepire nel proprio ordinamento le norme che per il presidente della Commissione, Jean- Claude Juncker, «portano il diritto d’autore nell’era digitale » . Peraltro per Bruxelles la direttiva punta a preservare cultura e libertà di stampa, salvaguardando i pilastri della democrazia liberale nel continente.
Sebbene la direttiva non cambi nulla per gli utenti, l’esecutivo Conte si è schierato contro finendo in minoranza insieme a un manipolo di paesi. Come Polonia, il cui esecutivo è accusato di minare la libertà dei media, Olanda e Lussemburgo, nel mirino della Ue per gli accordi fiscali stretti proprio con le multinazionali americane, Finlandia e Svezia, nazioni in prima fila sul digitale. «Sui motivi del voto contrario degli altri paesi qualche idea ce l’ho – affermava l’ex premier Paolo Gentiloni – ma l’Italia secondo voi perché ha detto no? » . Allusione all’influenza della Casaleggio sul governo Conte.
Ora la palla passa alle capitali, che hanno due anni per implementare le nuove regole che imporranno a Google, YouTube e agli altri colossi di Internet di pagare per l’uso delle opere altrui grazie alle quali lucrano in pubblicità e uso dei dati degli utenti. « Facciamo appello agli stati membri perché attuino le norme rapidamente » , affermava Carlo Perrone, presidente degli editori europei (Enpa) e azionista di Gedi, il gruppo che edita questo giornale. In alcuni paesi, come la Francia, dove anche gli estremi a destra e sinistra sono favorevoli, i lavori sono già in corso con l’obiettivo di rinforzare l’industria culturale nazionale.
Poco promettenti invece le parole di Vito Crimi, sottosegretario grillino all’Editoria, che bollava come «cattiva notizia» la nuova direttiva aggiungendo che « a pagare sarà l’editoria locale». Tesi smentita dai diretti interessati, ma utile a frenare per un governo che in questi mesi ha sposato la propaganda delle lobby affermando che la direttiva metterà il bavaglio a Internet e peserà sugli utenti con una (inesistente) link tax. D’altra parte guerra al nuovo diritto d’autore Luigi Di Maio – che ha affidato il dossier a Marco Bellezza, ex avvocato di Facebook – l’aveva promessa anche a fine marzo in un incontro a Washington con i rappresentanti della Silicon Valley durante il quale aveva chiesto loro di investire nel fondo innovazione del governo.
Crimi spiega a Repubblica che come prima cosa il governo aspetterà le europee, « nella speranza che una nuova maggioranza a Strasburgo rimetta mano alla direttiva, modificandola » . In seconda battuta, se questo non avverrà, i gialloverdi comunque faranno «decantare» ancora il testo, ovvero prenderanno quanto più tempo prima di introdurlo nel nostro ordinamento cercando comunque di annacquarlo. Un rischio per editoria e industria creativa italiana, che rischiano di rimanere indietro e con meno risorse rispetto ai diretti concorrenti delle altre nazioni europee.

Annalisa Cuzzocrea

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