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Via al cloud nazionale Una rete supersicura per gli enti pubblici

Sappiamo esattamente la prima volta che si è parlato di “cloud” come metafora del futuro funzionamento di Internet e modello di business miliardario. Era il 14 novembre 1996 e non fu nella Silicon Valley ma a Houston, in Texas. C’era una riunione dei manager della Compaq, una multinazionale di computer che si era da poco comprata una piccola startup (NetCentric) la quale sosteneva che il futuro sarebbe stato un software per far funzionare Internet. L’idea era che le applicazioni e i dati un giorno non sarebbero più state sui personal computer degli utenti ma in rete. Come su una nuvoletta sopra di noi: il cloud appunto, Quell’idea finì nella presentazione di 50 pagine di un certo George Favaloro e il mondo è cambiato. C’è voluto un sacco di tempo in effetti. In Italia sta capitando adesso. Non per gli utenti: quando salviamo le foto dei nostri smartphone già usiamo il cloud: le salviamo lì, mica sul telefono che altrimenti si bloccherebbe visto quanto spazio occupa ogni immagine; e molte applicazioni funzionano tramite questa tecnologia. I vantaggi sono che così sono sempre aggiornate, costano meno e sono più sicure. Il cloud è questo.Ma se gli utenti della rete già usano il cloud in ogni istante, spesso a loro insaputa; diverso è il discorso per la pubblica amministrazione e le imprese. Qui il ritardo accumulato è immenso. Domenica il ministro della Transizione digitale Vittorio Colao ha detto che oltre il 90% dei server della pubblica amministrazione sono obsoleti. Per le quattro milioni e mezzo di piccole e medie imprese nostrane il dato non è molto diverso. Obsoleti vuol dire costosi, inefficienti e soprattutto insicuri anche perché non dotati di cloud. Le prime due ragioni sarebbero sufficienti a dire che è ora di passare al cloud, la terza lo rende urgentissimo. L’ultima frontiera degli attacchi informatici prevede il sequestro dei server – e di tutti i dati contenuti – e la richiesta di un riscatto milionario. È accaduto qualche settimana fa negli Stati Uniti ad un fornitore di energia, e poi in Irlanda, al sistema sanitario, con il blocco degli ospedali. Sono questi fatti ad aver impresso un’accelerazione della partita del cloud in Italia. Tra un mese la gara, ha deciso il ministro. Entro la fine del 2022 dobbiamo avere un sistema dove mettere in sicurezza i dati e le applicazioni di almeno 180 enti pubblici. Va chiarito che in tutto gli enti pubblici sono oltre 22 mila, compresi i comuni più piccoli: qui parliamo di una operazione che deve in prima battuta coinvolgere solo quelli più importanti e delicati.Insomma la creazione di un Polo Strategico Nazionale (PSN) dove ospitare le applicazioni della pubblica amministrazione e i dati dei cittadini, è la madre di tutte le battaglie per la trasformazione digitale dell’Italia. Senza il cloud il resto sono chiacchiere. Chiacchiere in effetti ne abbiamo fatte tante. Nel 2013 il direttore della neonata Agenzia per l’Italia digitale Agostino Ragosa diceva che c’era l’esigenza di razionalizzare i data center: undicimila, in grandissima parte obsoleti, ciascuno separato dagli altri. Può sembrare una banalità, ma è uno spreco colossale che crea inefficienze e disservizi: se i dati di una pubblica amministrazione “dialogano” con gli altri si crea un valore. Per questo si parla di interoperabilità.Nel 2016 a far marciare le cose è arrivato da Seattle Diego Piacentini, che era uno dei vice presidenti di Amazon. Qualcuno – esagerando gridò al conflitto di interessi visto che Amazon è uno dei tre grandi player globali di servizi cloud, il primo in ordine cronologico: AWS è stata creata nel 2006; Google Cloud è del 2008; Microsoft Azure del 2010. Sono la trinità che si contende un mercato che nel 2019 valeva oltre 300 miliardi di dollari (dopo la pandemia, molti di più). Quando lo scorso anno c’è stata la gara da 10 miliardi di dollari per il cloud del Pentagono, il ministero della Difesa americano, lo spareggio fra Microsoft e Amazon, è stata una questione epocale (vinse Microsoft, secondo alcuni perché il presidente Trump volle punire Jeff Bezos per le critiche che gli faceva il Washington Post, di proprietà dello stesso Bezos).In Italia la prima a muoversi per candidarsi a realizzare il PSN è stata Tim. Ha stretto una partnership strategica con Google e poi ha creato una società dedicata chiamata Noovle dove ha conferito i suoi datacenter; e l’ha affidata allo storico capo di Google Europa, Carlo D’Asaro Biondo. Pole position, si sarebbe detto in Formula 1. Ma poi si sono mossi anche gli altri: il 13 maggio è arrivata la partnership fra Amazon e Fincantieri (controllata al 71,6% da Cassa Depositi e Prestiti) Il 26 maggio è stata la volta di Microsoft e Leonardo, campione della difesa e quindi della cyber-security (al 30% del ministero dell’Economia). Perché queste alleanze? Per due motivi. Il primo è tecnologico: la migliore tecnologia è americana e rinunciarci nel nome di un sovranismo autarchico è una sciocchezza. Il secondo è politico: negli Stati Uniti dal 2018 è in vigore una legge che obbliga qualunque fornitore di cloud americano (o con sede negli Usa) a fornire i dati custoditi nei server su richiesta di un’autorità giudiziaria statunitense. E’ per contrastare questa legge che in Europa, Francia e Germania hanno lanciato il progetto Gaia-X: chiunque voglia offrire servizi cloud ai paesi dell’Ue dovrà farlo con regole europee. L’Italia ha aderito subito.Adesso il ministro Colao aspetta dalle imprese un progetto da valutare e mettere a gara. In palio la gestione del cloud strategico (il cosiddetto private cloud) per almeno 10 anni in cambio del fatto che i singoli enti non potranno spendere più di oggi avendo servizi migliori. Come andrà? È ancora tutto aperto. Colao spinge per il modello francese, quindi una forte presenza pubblica di garanzia (Cdp? Sogei?). Le imprese stanno cercando di capire se invece che dividersi in tre squadre non possono unirsi, Altri potrebbero aggiungersi: Fastweb ha appena annunciato di voler essere parte della partita, e dalla Silicon Valley è in arrivo Oracle. Tutto può succedere, non che si perda altro tempo.

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