Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Veto contro veto, la disfida del budget Ue

«Bring your sandwiches!», «Portatevi i panini!», ha detto ieri un alto diplomatico, incontrando qui un gruppo di giornalisti di vari Paesi. Parlava di oggi, del vertice straordinario dei 27 capi di Stato e di governo che dalle otto di questa sera si riuniranno per discutere sul bilancio Ue 2014-2020. Notte bianca, o notti bianche, quasi sicure: i panini torneranno utili perché, secondo molti, il vertice non si concluderà come previsto domani, e forse neppure dopodomani: «Portatevi tre cambi di camicie», ha fatto sapere dal canto suo agli altri leader il presidente del Consiglio Ue Herman Van Rompuy. Perché non c’è accordo sui risparmi anticrisi da fare, su come tagliare (o no) quei 1033,235 miliardi proposti in origine dalla Commissione europea. C’è tensione anche fra quest’ultima, il Consiglio dei ministri Ue e l’Europarlamento. Vari Paesi fra cui l’Italia minacciano il veto. Il principio della solidarietà comunitaria si contrappone agli imperativi della crisi economica. E così Angela Merkel, la cancelliera tedesca, butta lì davanti al suo Bundestag: «Se necessario, dovremo incontrarci di nuovo all’inizio del prossimo anno». Per un altro vertice, dunque, mentre è già confermato quello a mezza via del prossimo 13 dicembre: il trentesimo o giù di lì negli ultimi due anni, in aggiunta agli Eurogruppo — vertici dei ministri delle finanze dell’Eurozona — che sono divenuti ormai quindicinali, se non settimanali. Questa costosa baraonda di aerei e di auto blu che vanno e vengono da Bruxelles, saltando dall’emergenza Grecia (nuova riunione dei ministri lunedì prossimo) a quella per il bilancio, svela il rischio di paralisi decisionale che oggi impastoia l’Europa. Ma si va avanti, com’è logico, perché poco d’altro si può fare: le emergenze ci sono davvero.
La grande litigata sui conti, avverte ora il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, mette in gioco «la stabilità della Ue», e certi tagli «possono essere questione di vita o di morte» per degli esseri umani: alcuni eurodeputati italiani, guidati fra gli altri da Mario Mauro (Pdl) e Andrea Cozzolino (Pd), hanno lanciato da Strasburgo un appello «bipartisan» contro i tagli del 30% minacciati agli aiuti per i poveri. Ma non è solo di questo, che si discute. Bensì dei fondi di coesione (trasporti e infrastrutture), di quelli per l’agricoltura, o per progetti culturali ormai celebri come il programma Erasmus. Già alla sua presentazione, il «bilancio del trilione di euro» per il 2014-2020 mostrava un ritocco in più di circa il 6% rispetto a quello per il 2007-2013: poi le forbici manovrate da Van Rompuy hanno provato a ridisegnarlo, portandolo da 1033 a 954 miliardi. Ma per i «rigoristi» — Danimarca, Svezia, Olanda, Finlandia, con la Germania al fianco — i tagli non bastano ancora, e soprattutto vanno distribuiti meglio. Anche perché c’è chi, Gran Bretagna in prima fila, non vuol perdere lo «sconto» accordato sui contributi versati alla Ue: Bruxelles progetta di scalare un miliardo dai 3,6 miliardi di «rebate» (sconto, appunto) strappato da Margaret Thatcher nel 1984.
Londra minaccia dunque il veto. E lo minacciano anche gli altri del fronte opposto, che combattono per i loro fondi agricoli o per gli altri contributi in sospeso: Italia e Portogallo, poi forse la Polonia, spalleggiate dalla Francia e da altre nazioni ancora.
Il problema è come sempre l’abito troppo stretto, e con troppe cuciture provvisorie: se allunghi da una parte, saltano i punti dall’altra e viceversa. Questo perché il conto «dare-avere» è frastagliato, e pieno di contraddizioni. Per esempio, dagli ultimissimi dati disponibili (fine ottobre 2012, riferiti al 2011): la Gran Bretagna dà in un anno alla Ue 11,2 miliardi e ne riceve 6,5; l’Italia dà ben 14,3 miliardi e ne riceve 9,5; la Spagna dà 9,8 miliardi e ne riceve 13,5. Mentre la Grecia spedisce a Bruxelles 1,7 miliardi e ne incassa 6,5. Dal 1999 al 2009, il bilancio Ue è cresciuto in media del 42% (ma con l’allargamento a 12 nuovi Paesi), quello italiano del 45,2%, quello greco del 104,2% e il romeno del 253,4%. Lontanissimo dalla Germania (+18,4%) o dalla Svezia (+13,8%).
Il vestito da aggiustare lo indossa un Arlecchino con 27 taglie diverse. Da stasera, si proverà a lavorare con il metro. Se salta tutto, si può negoziare fino a marzo. E convocare altri vertici.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sarà un’altra estate con la gatta Mps da pelare. Secondo più interlocutori, l’Unicredit di And...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«La sentenza dice che non è possibile fare discriminazioni e che chi gestisce un sistema operativo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un nuovo “contratto di rioccupazione” con sgravi contributivi totali di sei mesi per i datori di...

Oggi sulla stampa