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Vertice europeo, frenata sull’allargamento

«Basta sollevare false aspettative che poi non saremo in grado di onorare». Le parole di Angela Merkel, pronunciate ieri davanti al Bundestag, la Camera dei deputati, valgono ancora una volta per tutta l’Unione europea. Dettano la linea del quarto vertice per il partenariato orientale di Riga, capitale della Lettonia e, soprattutto, marcano la distanza dall’ultimo drammatico appuntamento. Vilnius, Lituania, 29 novembre 2014: dopo sei anni di negoziato il presidente ucraino Viktor Yanukovich rifiuta di firmare l’accordo di associazione con l’Unione europea. A Kiev cominciano le manifestazioni di Maidan, poi la rivolta, la cacciata di Yanukovich, l’invasione russa della Crimea, la guerra a Donetsk. Ieri sera i 28 ministri degli Esteri Ue e l’Alto rappresentante Federica Mogherini sono ripartiti esattamente da lì. La crisi con la Russia spezza come una faglia geo-politica il blocco dei sei Paesi del partenariato. Ucraina, Moldavia e Georgia sono nell’orbita europea; Armenia e Bielorussia in quella di Mosca; l’Azerbaigian, traboccante di gas e petrolio, è il più disponibile a dialogare e a concludere affari con tutti. 
Le diplomazie lavorano a un documento che dovrebbe essere approvato oggi dai capi di Stato e di governo. Intanto, a margine della cena informale dei leader, la cancelliera Merkel e il presidente francese François Hollande si sono appartati con il premier greco Alexis Tsipras. Grecia e rapporti con la Russia. Due dossier al momento ancora senza soluzione. Gli sherpa, cioè i negoziatori dell’Ue e dei sei partner, non sono riusciti a chiudere su almeno due punti di sicuro impatto. Primo problema: come qualificare l’annessione della Crimea? La definizione standard degli europei, «violazione della legalità internazionale», non piace ai governi di Armenia e Bielorussia, mentre è considerata il minimo sindacale dall’Ucraina di Petro Poroshenko. Ancora più difficile la seconda questione: qual è l’orizzonte del partenariato? Ucraina, Moldavia e Georgia sono convinte che, presto o tardi, il percorso finirà con la piena adesione all’Unione europea. Ipotesi non considerata da Bielorussia e Armenia che durante il 2014 sono entrate nell’Unione doganale euroasiatica con Russia e Kazakistan, ideata da Vladimir Putin proprio per controbilanciare la deriva europeista degli ex Stati dell’Unione Sovietica.
Su questo punto, decisivo per i nuovi equilibri Est-Ovest, il club europeo sembrerebbe più compatto rispetto a qualche mese fa. La Polonia e i Paesi baltici hanno sempre sostenuto la marcia di avvicinamento dell’Ucraina a Bruxelles. Ora il rischio di uno scontro ancora più violento con Putin consiglia prudenza. Resta qualche voce in libera uscita, come quella del primo ministro dell’Estonia, Taavi Roivas, che ha chiesto di «indicare ai Paesi dell’Est una reale prospettiva di ingresso nella Ue». Ma non ci sono dubbi che la sintesi finale recepirà, invece, le indicazioni della cancelliera Merkel: «Il partenariato orientale non è uno strumento di allargamento dell’Unione europea». Mai più false promesse, dunque, anche se la leader della Germania concede: «I Paesi dell’Est hanno la piena sovranità per decidere di avvicinarsi ai valori dell’Ue e nessuno ha il diritto di bloccarli in questa strada». Tuttavia neanche la formula tedesca è di facile applicazione. L’apertura a Est torna a essere un tema sostanzialmente economico: la Commissione europea stanzia 200 milioni di euro per attivare 2 miliardi di investimenti a favore delle piccole e medie imprese. Forse ci sarà qualche concessione anche sui visti di ingresso in Europa, specie per gli ucraini. Angela Merkel esclude che la Russia possa tornare a breve nel G8, ma intanto archivia definitivamente il grande disegno, concepito negli anni 2000, di portare l’Ue fin sotto gli spalti di Mosca.

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