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Vertice di Bpm nella bufera, il consiglio valuta le dimissioni

Si capirà solo questa mattina se le minacce di dimissioni avanzate ieri sera da alcuni consiglieri del Consiglio di Sorveglianza di Bpm saranno ratificate o meno. Certo è che, ieri, nel corso di una riunione fiume sospesa in serata e rimandata a stamattina alle 10.30, alcuni componenti del board hanno evocato la loro uscita di scena, e con essa, dell’intero board. Un’ipotesi, questa, tutt’altro che accademica. Secondo alcune fonti, bastano infatti le dimissioni di due consiglieri di sorveglianza (di cui uno componente il comitato controlli) e in Piazza Meda si scatenerebbe un autentico terremoto. Perchè in quel caso, si renderebbe necessaria la convocazione di una nuova assemblea dei soci, cui spetterebbe il rinnovo integrale dei vertici.
Lo scenario è frutto del clima di tensione che si sta vivendo in questi giorni in casa Bpm. Dove si stanno acuendo le contrapposizioni tra le diverse anime della banca, alcune delle quali vedono nel rinnovo degli organi societari l’unica via d’uscita per superare l’impasse generata dell’uscita dell’ex amministratore delegato, Piero Montani, passato in Carige.
Al consueto muro contro muro tra il fronte dei dipendenti-soci e il presidente del Consiglio di Gestione, nonchè principale azionista, Andrea C. Bonomi, ieri sarebbe sorta un’altra frattura interna ai soci azionisti. Lo scontro, che di riflesso si è trasferito all’interno dell’incontro della sorveglianza, è ora tra lo stesso Bonomi e il secondo azionista della banca, il finanziere italo-americano Raffaele Mincione.
La battaglia è fatta tutta a colpi di carte bollate. Tema: il rinnovo anticipato del consiglio di gestione rispetto alla scadenza naturale, prevista in aprile. Dopo che nelle scorse settimane Bonomi aveva raccolto quattro pareri favorevoli – tutti concordi sulla fattibilità del rinnovo – da parte di quattro studi legali (Portale, Montalenti e Marchetti cui ieri si è aggiunto quello di Benessia), ieri a sorpresa sul tavolo del Cds è arrivato il parere contrario dello studio legale Nctm. A presentarlo sarebbe stato proprio Mincione che, nel contempo, avrebbe girato la lettera per conoscenza anche a Bankitalia e a Consob. Nella missiva, i legali escludono categoricamente la possibilità del rinnovo anticipato del Cdg. Secondo lo studio legale, anzi, «il caso é contemplato e risolto dall’articolo 34 dello statuto», che prevede il rinnovo solo per la durata residua del mandato. «Non esiste alcuna ragione – si legge nel documento anticipato da Radiocor – per mettere in discussione la validità o il senso, chiarissimo, della norma in questione». Ma il dato più rilevante, che avrebbe spinto alcuni consiglieri a optare per la minaccia di dimissioni, è che qualora il Cds «essendo prossimo alla scadenza, trovasse, d’accordo con il cdg, il modo di rinnovare lo stesso cdg per altri tre anni» compierebbe una decisione «gravemente illecita» e «gravemente lesiva non solo degli interessi degli azionisti, ma anche di una loro precisa aspettativa che, come si é detto, ha un rilevante valore anche patrimoniale». Secondo i legali, in sostanza, se il Consiglio di Sorveglianza desse il via al rinnovo anticipato del Consiglio di Gestione gli azionisti verrebbero colpiti da un danno economico. Sarebbe quindi sulla base di questo paventato rischio che alcuni consiglieri – il cui approccio fino ad oggi sarebbe stato più sfumato – avrebbero optato per la minaccia di dimissioni, unendosi così alla partito dei consiglieri avversi al piano Bonomi della “prima ora”. Sullo sfondo rimane il nodo del piano industriale e dell’aumento di capitale. La banca deve varare infatti un aumento da 500 milioni entro fine aprile, mentre la casella del consigliere delegato, oggi occupata ad interimda Davide Croff, appare ancora un’incognita di difficile risoluzione.

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