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Vertice a Milano per lavare l’onta Alexandria

La chiusura dell’operazione Alexandria si concretizza sempre più. Oggi emissari legali del Monte e di Nomura s’incontreranno a Milano, «per scambiarsi un’ingente quantità di materiale istruttorio». L’informazione è in una lettera firmata da Profumo e Viola, che la scrissero il 18 febbraio ai pm milanesi titolari dell’inchiesta su Alexandria, con profili di falso in bilancio e aggiotaggio. L’incontro, vi si legge, avviene dopo «primi contatti informali per quantificare la base negoziale di un’eventuale transazione». Quando i giapponesi chiesero un quantum per transare, Mps rispose che intende «eliminare ogni assorbimento di capitale e senza costi per la banca».

Sembra che l’esborso per azzerare l’operazione sia di 850 milioni per Mps, con impatto di 450 milioni sul conto economico, e «quasi nessuna conseguenza sul patrimonio Cet 1», ha aggiunto la banca in una nota. I senesi ritengono di aver pagato già abbastanza per la sciagurato contrattocon cui la gestione Mussari nascose 220 milioni di sporco sotto il tappeto dei conti 2009. E ieri sera lo hanno ribadito. «La Bce ha richiesto a Mps di rientrare entro il 26 luglio nei limiti regolamentari dell’esposizione con Nomura – che dedotte le perdite 2014 eccede il 25% del patrimonio di vigilanza – Il rientro può avvenire con diverse possibilità. Tra queste, la chiusura anticipata, in tutto o in parte, di Alexandria».
Ma per fare questo servirà un’intesa con la controparte giapponese, che ha alcuni argomenti a proprio favore. Tra questi, un contratto firmato, un giudice a Londra chiamato a esprimersi sulla reale natura di derivato del congegno composto da 3 miliardi di Btp, comprati da Nomura e consegnati a Mps, che glieli ha ridati a pronti, non prima di aver swappato le cedole a proprio sfavore (Nomura ne intasca le cedole a tasso fisso, e paga a Siena un variabile annichilito), oltre a una garanzia d’oro che le viene da un finanziamento da 2,2 miliardi al tasso dello 0,08% fino al 2034. Neanche Siena fosse la Bce. Anche i giapponesi, però, hanno voglia di togliersi la macchia Nomura di dosso; tanto più dopo che il loro ex trader Raffaele Ricci, regista dell’operazione, è stato colto dai magistrati milanesi in un versamento di quasi un milione, su conti di Singapore, all’ex capo della finanza senese Gian Luca Baldassarri. Ricci aveva avuto un bonus da 10 milioni nel 2010, l’anno dopo l’operazione. «Dopo le transazioni poco chiare di denaro emerse nell’indagine di Milano – ha detto Profumo ai soci voglio dire con fermezza che noi ci consideriamo i danneggiati, e stiamo ricalcolando il danno. Se c’è qualcuno che deve preoccuparsi non siete voi, ma i soci di Nomura ». Mps conta di mitigare l’esborso di mercato con cospicui risarcimenti danni. Già nel marzo 2013 aveva chiesto, in sede civile a Firenze, un miliardo ai giapponesi per Alexandria: oggi medita di far lievitare la richiesta «a un euro meno della causa per lite temeraria », dicono ai piani alti della Rocca. Lo schema resta cucinare a fuoco lento la patata Alexandria, per minimizzarne l’impatto, al termine di «una complessa fase di discovery che occuperà tutto il 2015», si leggeva nella lettera ai pm di febbraio. Tuttavia, se la Bce non ritenesse che sono subentrati «provati impedimenti legali come conseguenza delle cause civili e penali in corso», non defletterà dal diktat di far chiudere Nomura entro il 26 luglio. E potrebbe ottenere la cancellazione del rischio Alexandria con metodi più bruschi. Per esempio forzando Mps a considerare il congegno – che replicava un Cds sintetico venduto ai giapponesi contro il default Italia – come un derivato tout court. Da questo seguirebbe la riscrittura del bilancio Mps e la copertura del rischio Alexandria comprando un rischio uguale e contrario da altre controparti, sul mercato.
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