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Verso il voto il 24 febbraio

ROMA — Al presidente della Repubblica per licenziare le Camere e fissare le elezioni non resta che l’ultimo tassello: l’approvazione della legge di Stabilità. E con il governo che chiederà al Senato di anticiparne l’esame a mercoledì prossimo, Giorgio Napolitano è pronto a tempi strettissimi: scioglimento del Parlamento entro il 20 gennaio e alle urne il 17 o 24 febbraio (poco probabile che si riesca il 10).
La crisi corre, con molte preoccupazioni per il capo dello Stato. A cominciare dall’attesa per le reazioni dei mercati, che riaprono oggi, alle annunciate dimissioni di Mario Monti: «Vedremo come reagiranno », dice prudente l’inquilino del Colle. Che segue con apprensione gli eventi ma che per le dichiarazioni pubbliche su quel che è successo si prende ancora qualche giorno. Al ricevimento per il tradizionale concerto di Natale, nella Cappella Paolina del Quirinale, discute a quattr’occhi con Gianni Letta ma si sottrae al pressing dei cronisti: «Parlerò solo tra otto giorni alla cerimonia per i saluti alle alte cariche dello Stato e lì farò le mie valutazioni».
A quel punto, tempistica e sbocchi della crisi dovrebbero uscire definitivamente dalla nebbia. In base alla richiesta del governo alla conferenza dei capigruppo di anticipare i tempi (fissati in origine dal 18 al 21 dicembre), Palazzo Madama potrebbe approvare la manovra di bilancio già giovedì prossimo. La Camera dare il sì definitivo entro la settimana. E il capo dello Stato annunciare lo scioglimento prima di Natale.
Per votare quando? Ci saranno di mezzo le festività, le necessità organizzative del ministero degli Interni, i giorni utili per far raccogliere le firme anche a quanti (per esempio Grillo) si presentano per la prima volta, e la consuetudine che quantifica in due mesi il tempo necessario per tutto ciò. Si arriva a conti fatti all’ultima o alla penultima domenica di febbraio.
Con una rassicurazione dal capo dello Stato: «Facciamo quello che dobbiamo fare fino all’ultimo giorno». Come a dire che le sue ipotizzate dimissioni anticipate a marzo non sono scontate. Anzi, nel nuovo calendario con elezioni a febbraio scompare di fatto l’ “ingorgo istituzionale”. Con elezioni ad aprile infatti Napolitano si sarebbe ritrovato ad affidare l’incarico al nuovo premier a ridosso dall’avvio della partita per il successore al Quirinale.
Cambiata la tempistica, si azzera anche il rischio di “sovrapposizione istituzionale” che avrebbe spinto Napolitano a uscire prima di scena per lasciare nelle mani del suo successore l’intero iter di nomina del futuro governo. A questo punto, la decisione di lasciare prima il Colle diventerà unicamente una sua scelta personale, libero dal peso dei condizionamenti. E conterà molto sulla sua opzione anche l’esito del voto, perché farà la differenza se le urne consegneranno all’inquilino del Quirinale un risultato chiaro e netto, o al contrario incerto e confuso.

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