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«Il vero rischio visto dai mercati? Per l’Italia è perdere la stabilità»

A giudicare da come ricorre ai superlativi, cinismo e indifferenza non fanno parte della vita di Martin Wolf. Nato a Londra da una madre olandese e da un padre drammaturgo austriaco entrambi sfuggiti all’Olocausto, Wolf si è avvicinato all’economia da ragazzo perché era certo che fosse stata la Grande depressione a causare la Seconda guerra mondiale. Oggi che ha settant’anni e da venti è il capo dei commentatori e direttore associato del «Financial Times», Wolf non ha cambiato idea sui danni che può provocare — anche in Italia — quella che lui vede come la cecità dei leader europei.

I referendum sulla Brexit e quello italiano sono diversi. Lei vede anche dei paralleli?

«Il più evidente è che i referendum sono enormi scommesse. I politici si sono abituati a usarli per risolvere le questioni difficili. Ma loro possono decidere il quesito, non il modo in cui gli elettori lo capiranno. Alcuni possono votare per ragioni che hanno a che fare con la domanda sulla scheda, anche se magari malinformati. Molti altri invece rispondono a domande diverse: se sono felici, se sono soddisfatti del governo, se trovano Matteo Renzi o David Cameron simpatici, se hanno fiducia. Diventa un referendum sulla politica, sui leader, sullo stato dell’economia».

Questo facilita o complica le consultazioni?

«Diventa tutto imprevedibile. E la risposta può avere un impatto politico molto grande. Brexit lo ha. In modo simile un No o un Sì avranno conseguenze enormi in Italia e potrebbero destabilizzare il sistema politico e l’economia».

Prima del referendum si sentivano profezie su un disastro finanziario immediato in Gran Bretagna, che poi non si è visto. Non sarà così anche per l’Italia?

«La robustezza dell’economia britannica mi ha sorpreso, ma la prevista caduta della sterlina c’è stata e imporrà ai britannici una sostanziale riduzione di reddito in termini reali. L’ottimismo è finito in ghiacciaia».

E l’Italia?

«La situazione è diversa».

Intende dire che il Paese va alle urne in una condizione economica più fragile?

«È così, per ragioni evidenti. La recessione è durata molto di più e la fiducia è molto bassa. Il significato economico di questo referendum in sé è piccolo; un No non cambierebbe niente di fondamentale in Italia, se non per il fatto che solleverebbe interrogativi sulla stabilità politica e questo può diventare importante per l’economia. Lo abbiamo visto nel 2011, con le domande su cosa stava succedendo al governo di Silvio Berlusconi e chi ne avrebbe preso il posto. Se ci si inizia a chiedere se l’Italia sia entrata in una fase di disgregazione o se ha un vero e proprio governo, allora il Paese non riuscirà a far funzionare le sue politiche. Poi c’è un grosso rischio legato al sistema bancario. La gente potrebbe concluderne che l’Italia è nei guai».

Teme che questi dubbi potrebbero allontanare gli investitori?

«Potrebbero, sì. Potrebbero anche creare un po’ di fuga di ricchezza italiana. La gente si chiederebbe cosa sta per succedere e alcuni potrebbero convincersi a lasciare l’Italia, se vedono che il Paese non riesce a risolvere i suoi problemi decentemente».

Qual è il giudizio all’estero su Matteo Renzi?

«All’estero, almeno, questo premier è stato visto come il primo politico popolare che ha una plausibile agenda di riforme, e l’Italia ha davvero molto bisogno di riforme. La percezione, da fuori, è che non c’è un vero sostituto di Renzi. Dunque se lui perdesse e sparisse, la conclusione sarebbe che il sistema politico non è in grado di cambiare il Paese e il consenso dei cittadini per farlo non esiste».

Con quali conseguenze?

«Ciò può portare all’estero a un pessimismo davvero notevole sull’Italia, sulla sua capacità di tornare economicamente vitale e di fare della sua partecipazione all’euro un successo. Parliamo di un Paese che in questo secolo non è ancora cresciuto».

Lei critica da tempo l’architettura dell’euro, ma Spagna e Irlanda sono decisamente uscite dalla crisi e i tassi d’interesse sono scesi in tutta l’area .

«Per me i problemi restano. Italia, Portogallo e Grecia non si sono riprese, Irlanda e Spagna sì. Ma queste ultime avevano già prima una dinamica migliore e hanno affrontato con più decisione i loro problemi dopo. C’è poi un problema più generale: una cronica mancanza di domanda nell’economia, e nessuna politica per generarla. In termini reali la domanda nell’area euro è ancora sotto a dov’era prima della crisi, un dato impressionante».

Da cosa dipende questa debolezza di consumi e investimenti?

«La Bce con Mario Draghi è stata molto determinata nel cercare di riattivarli, con qualche successo. Ma la domanda manca nei Paesi colpiti dalla crisi e manca nei Paesi del nucleo duro, che puntano tutto sull’export. Così l’Italia non può generare la crescita necessaria: non ha spazio per farlo con il deficit, mentre recuperare competitività riducendo i prezzi interni implicherebbe anni e anni di deflazione e recessione».

La Germania dovrebbe fare di più per spendere e investire?

«O lo fa, oppure voi francesi e italiani siete bloccati non nella miseria, ma in una stagnazione semi-permanente. La disoccupazione resterebbe alta e i giovani e i più capaci lascerebbero il Paese, rendendo i problemi di bilancio anche peggiori, perché l’Italia soffre di un estremo problema demografico che la Francia non ha. L’economia tornerebbe ai livelli del 2010 forse nel 2024. Mi pare un incubo».

Nel 2012 lei pensava che l’euro fosse finito e non è stato così. Perché questo pessimismo ora?

«Capisco l’impegno politico sul progetto, è fortissimo. Ma Draghi non può risolvere tutti i problemi da solo. Mi chiedo se grandi Paesi come l’Italia o la Francia possano sopportare sul piano politico e sociale questa stagnazione semi-permanente. A un certo punto, non so quando, un sistema sotto pressione salta. Quando s’innesca, una crisi di fiducia può diffondersi molto in fretta».

Federico Fubini

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