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Verifiche, freno al raddoppio da reato

di Antonio Iorio

Il raddoppio dei termini di decadenza dell'accertamento non opera se il reato tributario, all'atto della denuncia in Procura, era già prescritto o se l'ufficio non ha prodotto la notizia di reato in giudizio, per consentire un'idonea valutazione al giudice tributario. Sono questi, in sostanza, gli orientamenti che stanno emergendo dalle prime pronunce delle commissioni tributarie dopo l'ordinanza della Corte costituzionale (247/2011) sulla legittimità, in presenza di reato, del raddoppio del termine ordinario di decadenza dell'accertamento.
Le ultime due pronunce in questo senso, provengono dalla Commissione tributaria di Vicenza (sentenza 824/1/12 depositata il 14/3/2012) e da quella di Reggio Emilia (sentenza 135/1/12, depositata il 26/3/2012) che, in sintesi, consolidano l'orientamento già assunto da altri giudici di merito sulla necessità che la commissione adita operi un controllo sull'operato dell'amministrazione onde evitare un uso pretestuoso e strumentale della notizia di reato per fruire ingiustificatamente di un più ampio termine di accertamento. Ciò, in aderenza a quanto previsto dalla stessa Consulta, secondo cui i giudici di merito hanno il dovere, a richiesta del contribuente, di svolgere un controllo sui presupposti dell'obbligo di denuncia.
In presenza di un reato tributario, i termini di decadenza dell'azione di accertamento sono raddoppiati, per cui si passa dal 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione al 31 dicembre dell'ottavo anno successivo. In caso di omessa presentazione si giunge fino al 31 dicembre del decimo anno successivo.
La Corte costituzionale, con l'ordinanza 247/2011, ha precisato che il raddoppio si realizza anche se il reato viene scoperto dai verificatori dopo il termine di decadenza ordinario. Tuttavia, la Consulta, per evitare un utilizzo strumentale del fisco nella comunicazione della notizia di reato alla Procura, al solo fine di «riaprire» periodi di imposta non più controllabili, ha precisato che è consentito al giudice tributario di controllare, se richiesto con i motivi di impugnazione, la sussistenza dei presupposti dell'obbligo di denuncia. Egli deve accertare, quindi, se l'amministrazione ha agito con imparzialità o no.
I paletti
La Ctp dell'Umbria (sentenza 237/1/11 depositata il 29 novembre 2011) ha ritenuto che se il reato tributario è prescritto, l'ufficio non può usufruire del raddoppio dei termini. Ad analoghe conclusioni è ora giunta anche la Ctp di Vicenza. Queste pronunce ritengono chiaramente strumentale alla riapertura dei termini fiscali la denuncia all'Autorità giudiziaria e quindi priva di senso per intervenuta prescrizione dell'illecito. Esse sono particolarmente importanti perché, almeno fino allo scorso 17 settembre (data di entrata in vigore dei nuovi termini di prescrizione per le violazioni penali tributarie) le scadenze erano obiettivamente brevi. In più, l'amministrazione, proprio per consentire alle commissioni tributarie di operare la valutazione richiesta dalla Consulta, deve produrre la comunicazione di reato. Per tali ragioni sia la Commissione tributaria di Milano (sentenze 231/40/2011 e 327/3/2011), sia quella di Reggio Emilia (135/1/2012) hanno chiarito che non potendo verificare la sussistenza dei presupposti dell'obbligo di denuncia, il raddoppio non è legittimo.
La bozza di delega fiscale
L'attuazione della delega fiscale dovrebbe in parte ridurre questi problemi prevedendo che il raddoppio scatta solo se la denuncia sia stata effettuata prima dello scadere degli ordinari termini di decadenza. Quindi il reato dovrà essere segnalato entro il quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, ovvero, in caso di omessa presentazione, entro il quinto anno.
 

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