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Verifiche bancarie, la validità è estesa

di Massimiliano Tasini

L'accertamento bancario resta valido pur in presenza di perizia penale disposta da tale giudice favorevole al contribuente. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, quinta sez. trib., con la sent. 8/11/2010 n. 22636.

Il principio di diritto. La Corte si pronuncia sulla valenza probatoria dell'art. 51 comma 2 n.2, del dpr n. 633/1972 secondo cui i singoli dati ed elementi risultanti dai conti bancari sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti previsti dal successivo art. 54, salvo che il contribuente non dimostri di averne tenuto conto nella dichiarazione, o che non si riferiscano ad operazioni imponibili.

Per la Corte, trattasi di norma a contenuto complesso, che introduce una presunzione legale (vincolante per il giudice) seppure relativa (che ammette la prova contraria) che può essere vinta dal contribuente offrendo però una prova «specifica», cioè afferente analiticamente ai singoli movimenti bancari.

In altri termini, la Corte afferma che il contribuente è tenuto a dimostrare che ciascuna delle operazioni è effettivamente estranea a fatti imponibili.

Nella stessa sentenza la Corte afferma anche che, al fine di giustificare i movimenti finanziari posti a base della verifica, nessun valore assume la perizia disposta in sede penale, attesa «_la differente finalità del giudizio penale e l'eterogeneità del relativo regime della prova».

Alcune considerazioni. Che l'accertamento bancario, sia ai fini Iva e sia anche per imposte dirette (in questo caso il riferimento è all'art. 32 del dpr n. 600/1973) si fondi su una presunzione legale relativa costituisce affermazione costante nella giurisprudenza di legittimità. Si ritiene in particolare che, in presenza di accertamenti bancari, è onere del contribuente dimostrare che i movimenti non debbano essere recuperati a tassazione.

Tra le numerose pronunce nel senso suesposto possono essere citate Cass. 1739 e 9573/2007.

L'onere della prova è così già soddisfatto per legge essendo sufficienti le mere risultanze dei conti bancari. Tale presunzione si correla a una valutazione del legislatore di rilevante probabilità che il contribuente si avvalga di tutti i conti di cui possa disporre per i versamenti e i prelevamenti inerenti all'esercizio dell'attività (in questo senso, da ultimo, Cass. 13/10/2010 n. 21127).

Anche l'affermazione secondo cui la prova deve essere analitica trova riscontro in diverse pronunce; su questo punto specifico, tuttavia, la Corte non ha mai affrontato il problema di valutare gli effetti conseguenti alla modifica apportata alle norme (art 32/600 e 51/633) che prevedono che i dati e gli elementi sono posti a base degli accertamenti se il contribuente non ha fornito le richiamate dimostrazioni (la precedente versione delle disposizioni faceva invece espresso riferimento ai «singoli» dati ed elementi, il che potrebbe aprire la strada a una dimostrazione per «masse»).

Qualche perplessità suscita invero l'ulteriore affermazione, che porta a ritenere irrilevante ai fini probatori la perizia penale. È ben vero che il processo penale e quello tributario hanno obiettivi e regole diverse (e soprattutto si fondano su un regime probatorio profondamente diverso), ma occorre in ogni modo evitare che la prova contraria adducibile dal contribuente diventi sommamente difficile: una simile conclusione sembra porsi in aperto conflitto con questa esigenza.

Accertamento bancario e conti di terzi. Altrettanto rigida sembra la posizione assunta con riguardo alla possibilità di porre a base di un accertamento nei confronti di un contribuente i movimenti transitati sui conti di terzi.

Sul punto, la recente pronuncia 13/10/2010 n. 21127 afferma che il rapporto di coniugio o di parentela, e così anche la qualifica di amministratore, generano un legame talmente stretto da determinare una sostanziale identità di soggetti, tale da giustificare automaticamente, salvo prova contraria, l'utilizzazione dei dati raccolti.

La conferma della opinabilità di tale prospettazione si rinviene in una pronuncia della stessa Corte depositata solo 5 gg. prima (sent. 5/10/2010 n. 20862) nella quale, con riferimento alla medesima problematica, la Corte rileva che «_ è infatti assodato che in una società a ristretta base possano essere presi in considerazione i dati tratti dai conti bancari dei soci, e anche dei congiunti di costoro, purché emergano dall'esame comparato dei dati elementi presuntivi ulteriori elementi che facciano ritenere la riferibilità dei conti alla gestione sociale». E la Corte è talmente ferma sul punto da rimarcare che «_ grava sull'amministrazione l'onere di esporre fatti costituenti presunzioni gravi, precise e concordanti circa la assunta congiunzione patrimoniale tra soci, congiunti degli stessi e la società».

Sulla base di tale affermazione risulta oltremodo evidente che la mera relazione di parentela e similare non è elemento di per sé sufficiente ad attribuire tout cout i movimenti finanziari transitati sui conti di terzi al contribuente.

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