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Ecco i veri numeri della crisi economica

L’Italia vive oggi sotto l’effetto di un colossale, costosissimo, inevitabile, ingiusto antidolorifico. Quasi tutte le ferite aperte nelle imprese, nelle banche e nei redditi delle famiglie sono state sedate con uno tsunami di sussidi che stanno raggiungendo capillarmente stati vastissimi della società. Il trauma della recessione è attutito dall’effetto potente e diseguale della spesa pubblica, per ora.

Giuseppe Pisauro, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), calcola che le erogazioni del governo in questi mesi stanno raggiungendo un terzo delle famiglie italiane. Dove arrivano, questi trasferimenti varati nell’emergenza Covid-19 contano per la metà del reddito disponibile prima della crisi, anche se la distribuzione si presenta come l’ennesimo paradosso del welfare. I redditi più alti riescono a intercettare una fetta sorprendentemente larga dei sussidi di emergenza. Secondo l’Upb, sta ricevendo sussidi una ogni quattro del 10% delle famiglie con maggiori entrate nel Paese; la fetta riservata a questi redditi più alti d’Italia (l’8,8% del totale dei trasferimenti) è pari alla fetta dedicata al 10% delle famiglie che guadagnano di meno.

Nella fretta dell’emergenza, forse era inevitabile che l’antidolorifico fosse distribuito in modo non impeccabile. Ma ora la domanda più urgente è un’altra e riguarda il panorama nel Paese quando lo tsunami delle tutele pubbliche si sarà ritirato. Quel giorno non è lontano: le misure di cassa integrazione straordinaria legate alla pandemia sono arrivate a coinvolgere sette milioni di lavoratori — un aumento del tremila per cento sul 2019 — ma sono finanziate solo per nove settimane. Le indennità degli artigiani durano due mesi, così come il reddito di emergenza per chi non ha altre forme di ricavi. Nel frattempo il 17 agosto scade il congelamento per legge dei licenziamenti, mentre filiere vitali e collegate come l’automobile e l’acciaio faticano a ripartire. Senza nuovi sussidi — che implicano più deficit e più debito — a settembre l’Italia rischia di trovarsi di fronte a un muro di disoccupazione e stress sociale. La Commissione europea stima che quest’anno si perderà «il 5% o più» dell’occupazione esistente, almeno 1,2 milioni di posti.

L’allarme

A settembre l’Italia potrebbe trovarsi di fronte a un muro di disoccupazione

Malgrado le garanzie pubbliche sui prestiti, il quadro è pieno di incertezza anche nel rapporto fra banche e imprese. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha correttamente precisato, la settimana scorsa, che il credito alle società non finanziarie è aumentato di 22 miliardi «nel bimestre marzo-aprile». Eppure qualcosa non sta funzionando perché gran parte dell’aumento (17 miliardi) è concentrato in marzo, mentre in aprile l’ingranaggio sembra essersi inceppato. Gilles Moec, capoeconomista di Axa, nota nei dati della Banca centrale europea che i flussi di credito alle imprese in Italia si sono quasi fermati in aprile, mentre continuavano a crescere con forza in Spagna e Francia. Forse fanno da freno le responsabilità legali imposte sui funzionari di banca nei casi di insolvenza. Di certo, a livello aneddotico, si registrano casi di banche che inducono le imprese a rimborsare vecchi prestiti non garantiti per sostituirli con nuovo credito garantito dallo Stato (anche se per certe operazioni ciò sarebbe illegale).

Forse anche per questo i cuscinetti di liquidità delle imprese non sono ampi. E nessuno oggi in Italia sa dire cosa accadrà dopo il 30 settembre: quel giorno scade la moratoria su circa 240 miliardi di rimborsi di interesse e capitale dovuti dalle aziende alle banche sui loro debiti preesistenti a Covid. Se non si fa nulla, quel momento può segnare un enorme aumento delle tensioni finanziarie delle imprese e un deterioramento dei bilanci bancari. Per non parlare delle tensioni nella finanza dei Comuni attenuate solo dall’aumento dei fondi perequativi, ma tutt’altro che risolte in vista dei prossimi mesi.

Il sedativo dei sussidi e dei rinvii per ora ha tenuto insieme il Paese, ma sta per venir meno. Presto serviranno altre risorse a debito, tante. Rinunciare anche a un solo euro a disposizione, fosse anche del Meccanismo europeo di stabilità, è un atto temerario.

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