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Venture capital più forte del Covid: investimenti a 650 milioni nel 2020

Il venture capital italiano batte il Covid, e riesce, nell’anno della pandemia, a confermare i buoni numeri del 2019, con un ammontare investito che resta pari a circa 650 milioni di euro. Nessun passo indietro insomma, nonostante le incertezze dei mercati, dopo la svolta raggiunta dal sistema negli ultimi anni. Un risultato, quello dell’ultimo anno, ottenuto anche grazie all’avvio della piena operatività del Fondo Italia Venture II -Fondo Imprese Sud e del Fondo Acceleratori, gestiti da Cdp venture capital sgr. Significativo inoltre, nel panorama early stage, anche il ruolo dei Business angels, con il raddoppio del numero degli investimenti realizzati in sindacato con il venture capital, in crescita da 53 a 108 milioni, per un controvalore che passa da 230 a 325 milioni di euro investiti. Numeri che sono risultati determinanti nel bilancio complessivo del 2020. Il quadro è tracciato dal Venture capital monitor, l’osservatorio nato nel 2008 dalla collaborazione tra Aifi (l’associazione che rappresenta i fondi di private equity, venture capital private debt e turnaround) e Liuc e realizzato grazie al contributo di Intesa Sanpaolo innovation center ed E. Morace&Co. Studio legale, i cui risultati saranno presentati ufficialmente al pubblico il 25 febbraio.

«La pandemia – spiega Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi – ha frenato il mercato nei primi mesi, è stato inevitabile. Nella seconda parte dell’anno, però, c’è stato un recupero superiore alle aspettative». Il numero delle operazioni è risultato, alla fine dell’anno, addirittura superiore a quello del 2019 (gli investimenti sono saliti da 236 a 330), dato che segnala una riduzione della taglia media delle operazioni. Aspetto che, spiega Cipolletta, va anche in questo caso contestualizzato con la fase pandemica: «probabilmente – spiega – le operazioni di maggiore dimensioni hanno subito uno slittamento e i deal più piccoli hanno avuto la precedenza, come conferma anche il trend dei finanziamenti sindacati con i Business angels».

Nel dettaglio, sul totale dei 650 milioni di investimenti monitorati da Vem, circa 270 sono riconducibili a investitori di venture capital, in diminuzione rispetto ai 366 del 2019, mentre 325 milioni, (contro 230) riguardano come detto gli interventi realizzati in collaborazione con i Business angels. Questi ultimi hanno hanno a loro volta realizzato 51 milioni di investimenti (in linea con il dato dell’anno precedente) senza cooperazione con i fondi. Un segnale di vitalità importante anche per il futuro, con un quadro normativo che resta favorevole, dopo l’innalzamento delle soglie legate alle detrazioni fiscali. Il mondo delle start up, come mostrano i dati di monitoraggio, conferma anche una buona penetrazione a livello geografico, con un tasso di diffusione al Sud superiore al dato di natalità medio delle imprese italiane.

Con un early stage che sta dimostrando grande vitalità e una sponda pubblica che, grazie all’apporto di Cdp, inizia a far sentire il suo apporto in maniera continuativa (ammonta a circa un miliardo la dotazione di fondi messa a disposizione di Cdp nel nuovo piano industriale), la nuova leva su cui lavorare per dare un’organicità ancora maggiore al sistema è ora quella rappresentata dalle aziende private.

«Uno dei punti deboli del sistema – spiega Cipolletta – resta la parte relativa al corporate venture capital, vale a dire l’interesse delle imprese a osservare e investire, anche a livello trasversale, in situazioni di carattere innovativo. In Italia questo processo si muove ancora a rilento. Aifi sta cercando di stimolarlo coinvolgendo alcune realtà e abbiamo ottenuto una buona risposta, ma il ritardo nei confronti di altri ecosistemi in Europa è ancora elevato. Si tratta di una componente importante per il funzionamento di tutto il sistema, non solo per il contributo finanziario che apporta al sistema del venture, soprattutto nella fase late, ma anche per l’universo delle imprese italiane in generale».

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