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Venture Capital, i ritorni in crescita allargano la platea degli investitori

Più capitali e più operazioni. Ma soprattutto, prezzi più alti e compratori più blasonati. L’alta marea della liquidità che sta irrigando i mercati globali è arrivata anche al venture capital, e si è spinta fino in Italia. Aprendo a ritorni finora inediti, che lo candidano a uscire da quella lateralità che finora l’ha reso un’asset class per appassionati del rischio e dell’innovazione.

Solo il tempo dirà se si tratta di una delle tante facce del new normal post-Covid o, più amaramente, di una bolla. Di certo c’è che questa fase non arriva all’improvviso ma dopo un progressivo irrobustimento, che l’anno scorso aveva preso la forma – si veda Il Sole 24 Ore del 14 giugno 2020 – del boom del corporate venture capital, con i big di Piazza Affari protagonisti per quantità e qualità delle operazioni. Il 2021 può diventare ora l’anno del consolidamento, vista la crescita sia della domanda che dell’offerta di investimento, con il mercato aperto a nuovi investitori e al tempo stesso capace di soddisfare i vecchi.

Le cronache degli ultimi mesi parlano di alcune operazioni spartiacque, per motivi diversi. A fine luglio Mediaset (insieme a P101, che l’aveva introdotta) ha brindato alla cessione della piattaforma di e-commerce spagnola Deporvillage al colosso inglese Jd Sports, operazione da 200 milioni che ha generato un ritorno di 10-12 volte sull’investimento effettuato nel 2015. Pochi giorni prima, un’altra (ex) start up come Tannico ha chiuso una doppietta che nel 2020 ha segnato l’ingresso di Campari e 13 mesi dopo di Lvmh, con l’obiettivo di farne il leader europeo del vino digitale: ognuno dei due round si è portato dietro ritorni a doppia cifra per chi è uscito e pari plusvalenze per chi è rimasto, che è un po’ quello che spera di centrare Saudi Aramco Energy Ventures, entrato a inizio agosto in HT Material Science, start up italo americana scoperta da Progress Tech Transfer, fondo di MiTo technology che ora ha reinvestito nel round da 5 milioni.

Indizi, questi, che per un veterano del venture come Andrea Di Camillo, managing partner di P101, fanno più che una prova. «Ormai non siamo più a esempi isolati», ragiona: «Tutto il Vc mostra performance interessanti, trasversalmente a settori e Paesi, a conferma di un processo di costruzione di valore profondo e ampio, non legato a un momento o a un caso». Qualità di cui il venture aveva bisogno per dare ulteriore spinta a numeri che nel primo semestre hanno visto l’Aifi censire 399 milioni investiti in start up italiane, quasi il doppio dei 216 del 2020. «Il 2021 potrebbe segnare il traguardo del superamento del miliardo», auspica ora Marco Gay, amministratore delegato di Digital Magics (oltre che presidente di Confindustria Piemonte e consigliere del Sole 24 Ore): «Oggi l’equity è sempre più strategica per la crescita e lo sviluppo delle Pmi innovative, insieme al grande impulso verso il digitale e la trasformazione tecnologica impresso dal PNRR e dal 4.0 per i settori più tradizionali, dove le nostre start up operano, crescono e creano innovazione». Tra quelli meno tradizionali, analoga effervescenza è segnalata per le tecnologie applicate delle energie rinnovabili e all’economia circolare da Francesco De Michelis, ceo di MiTo technology: «Penso in particolar modo – spiega – all’idrogeno, ai sistemi di immagazzinamento dell’energia e di smaltimento dei rifiuti, per l’innovazione e la meccanizzazione del settore agricolo, per l’utilizzo di nuovi materiali per l’edilizia, per il recupero e il riciclo di tutte le risorse: si tratta di tecnologie che vengono in larga parte sviluppate all’interno dei laboratori universitari e che per raggiungere il mercato richiedono risorse non solo economiche che solo investitori con competenze specifiche sono in grado di apportare».

La vera novità è che finalmente, anche in Italia, dal mercato sta arrivando quella legittimazione che ancora mancava, e che potrebbe vedere «i fondi di Venture come abilitatori e portatori di innovazione e competitività per le aziende in cui investono ma anche per le grandi corporate consolidate – sottolinea ancora Di Camillo -: non si spiegherebbe diversamente il copioso fluire di operazioni, attori di prim’ordine e capitali da piazze storicamente esigenti, come quella americana». Una lettura che trova conferma nelle grandi banche d’affari, dove sempre più spesso sulle scrivanie dei team di M&A arrivano operazioni di venture capital; se è vero che «nell’ultimo anno abbiamo osservato crescente interesse da parte dei private equity per asset italiani», racconta Pasquale Ventafridda, responsabile Private equity e società a controllo famigliare per JPMorgan in Italia, «per rispondere alla crescente domanda, i fondi hanno diversificato le strategie di investimento oltre il tradizionale fondo di buyout, allargandolo alle minoranze, growth, venture capital, debito e non da ultimo alle Spac».

L’ultima sorpresa: in una dinamica, per una volta sincronizzata, di crescita sia di offerta che di domanda, anche il venture sta sperimentando una capillarità crescente, che a Italia 500 (il primo fondo creato per il mondo retail da Azimut) ha visto seguire altre esperienze, di cui l’ultima – targata Intesa Sanpaolo – ha visto poche settimane fa aprire il fondo Neva First alla clientela del private di gruppo. «Se è vero, come credo, che siamo di fronte a un momento storico, merita di essere promosso in tutti i modi disponibili», conclude Gay. Che vede due punti chiave: «C’è la leva Invitalia/Cdp per attrarre investitori e favorire cordate di investitori, ma soprattutto quella fiscale. Guardando a quanto sperimentato all’estero, sarebbe assolutamente ragionevole parlare di una defiscalizzazione al 100% per gli investimenti equity in start up di cui non si ha e non si intende avere la maggioranza, e del 50% per tutte le altre. Altrove ci sono incentivi superiori ai nostri, anche qui l’Italia non può permettersi di rimanere indietro. Non ora, per lo meno».

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