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«Venture capital, bisogna far crescere numero e taglia degli operatori italiani»

Torino

L’obiettivo per l’Italia è tanto chiaro quanto difficile: guadagnare posizioni nel venture capital per colmare il gap rispetto a Francia, Germania e Uk e per utilizzare la leva dell’innovazione per sostenere lo sviluppo. A Torino l’Aifi riunisce i protagonisti del settore con due obiettivi: focalizzare i punti deboli e provare a fare sistema. «È necessario far crescere numero e taglia degli operatori italiani – sottolinea Innocenzo Cipoletta, presidente dell’Associazione a cui fanno capo le società di private equity, venture capital e Privat debt –, oggi sono 30 rispetto ai 150-200 di altri paesi, con 120 operazioni rispetto alle 600 ad esempio della Francia. Inoltre l’Italia ha bisogno di rafforzare la quota di operazioni più consistenti, oltre i 5 milioni di euro per aiutare le start up a fare il salto».

In questo scenario gli occhi sono puntati sul fondo dei fondi da un miliardo di euro di Cassa depositi e prestiti. «Siamo vicini alla piena operatività – dice il presidente di Cdp Giovanni Gorno Tempini durante la tavola rotonda coordinata dal direttore de Il Sole 24 Ore, Fabio Tamburini – sono stati costituiti gli organi sociali della società e il ceo è al lavoro sul piano strategico». Il peso del pubblico, dunque, nel settore del venture, come sottolinea Domenico Arcuri, ad di Invitalia che ricorda gli incentivi messi in campo per sostenere 1.024 start up accanto ad altre due leve: «L’iniziativa per aggregare 49 acceleratori o incubatori che possano accompagnare le start up in una fase successiva e poi il programma avviato con Elite di Borsa italiana per introdurre 80 imprese innovative in un network ampio di investitori e operatori».

Due le sfide che emergono come tema ricorrente negli interventi dei protagonisti del settore: da un lato attirare i capitali della previdenza complementare, dall’altro allargare il campo del corporate venture e convincere le aziende più strutturate a scegliere questo percorso per favorire l’innovazione. Il mondo delle assicurazioni, come racconta Gabriele Galateri di Genola, presidente di Generali, rappresenta un esempio di settore fortemente coinvolto. In questo caso la strada scelta è duplice: «Puntiamo sulla trasformazione digitale dell’azione e abbiamo investito un miliardo in tre anni per formare il nostro capitale umano, mentre per l’insurtech abbiamo costituito un Innovation fund per finanziare fino al 50% idee innovative dei nostri dipendenti».

A Torino fanno sistema Fondazione Crt, Compagnia di San Paolo e Intesa Sanpaolo intorno al tema dell’innovazione grazie all’iniziativa condivisa alle Ogr Tech a sostegno di start up e innovatori. Qui, ricorda Maurizio Montagnese, a capo dell’Innovation Center di Intesa Sanpaolo, è stata spostata la sede del fondo Neva Finventures: «Entro l’anno prossimo – ricorda – il plafond salirà da 100 a 250 milioni e il fondo si trasformerà in Sgr». La riqualificazione delle Ogr, dove da pochi mesi opera Techstars , l’acceleratore americano che ha aperto la prima call per start up nella smart mobility, «rappresenta un’operazione di Venture Philanthropy innovativa» ricorda Giovanni Quaglia, presidente di Fondazione Crt che insieme a Francesco Profumo, a capo di Compagnia di San Paolo insiste sul tema del capitale paziente. «Se in Italia non manca lo spirito imprenditoriale – sottolinea Profumo – è invece carente lo scouting tecnologico, un tema centrale su cui l’Europa lavorerà molto nella prossima programmazione grazie allo European innovation coucil».

Le condizioni economico-finanziarie, ricorda ancora Cipolletta, sono favorevoli grazie alla disponibilità di risparmio provato e grazie ai bassi tassi di interesse su conti correnti e titoli di stato. Serve fare sistema per accelerare e magari, come suggerisce Dario Scannapieco, vicepresidente della Bei e presidente del Fei, Fondo europeo per gli investimenti, mettere mano alla leva fiscale per sostenere il mondo del Venture.

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