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Venezia e Milano in testa nella corsa dell’Irpef locale

Nei primi tre mesi di quest’anno le addizionali Irpef hanno già dimostrato un’ottima salute e hanno registrato aumenti intorno al 4% che promettono di aggiungere altri 500 milioni abbondanti alla montagna dell’imposta locale sui redditi. A spingere gli incassi, però, sono più che altro gli effetti degli aumenti decisi lo scorso anno per i due meccanismi di acconto e saldo che governano i pagamenti delle addizionali regionali e locali: intanto le aliquote continuano a essere frizzanti, con il risultato che già il quadro attuale delle richieste avanzate da Regioni e Comuni promette di far superare agli incassi la soglia dei 16 miliardi di euro all’anno, sempre che, nel frattempo, non intervengano altri rincari.
Tra un ritocco in Regione e un aumento in Comune, l’Irpef dei territori vale ormai il 10% di quella nazionale: il suo ritmo di crescita macina stabilmente 5-600 milioni all’anno, e il futuro promette sprint ancora più decisi. Il motore principale spinge in Regione, mentre i Comuni hanno progressivamente occupato lo spazio fiscale a loro disposizione.
Per dare un’idea di queste dinamiche è sufficiente qualche cifra. L’anno scorso gli italiani hanno pagato 15,1 miliardi di euro in addizionali locali (per il 72% questi soldi sono andati alle Regioni), con un aumento del 4,2% rispetto al 2014; se il confronto si allarga al 2010, però, l’impennata è stata del 37,1 per cento. Tradotto in euro: 4,1 miliardi.
A macchia di leopardo
Come accade sempre quando si parla di imposte locali, le medie non dicono tutto e i contribuenti nelle diverse parti d’Italia hanno affrontato esperienze molto diverse fra loro. I grafici qui a fianco provano a offrire un riassunto della storia fiscale recente vissuta nei 21 capoluoghi italiani, mettendo a confronto per diverse tipologie di redditi l’andamento delle addizionali regionali e locali negli ultimi anni. Anni che si rivelano particolarmente amari per i cittadini di Venezia, che hanno visto impennare le aliquote chieste da un Comune passato in breve tempo da una condizione di “agiatezza” a un quadro di crisi strutturale. A spiegare il fenomeno non sono tanto le traversie amministrative recenti, ma piuttosto il fatto che a Venezia le tagliole progressive portate a tutti i Comuni dalle varie manovre finanziarie si sono accompagnate al tramonto della legge speciale e alla crisi del casinò, che da preziosa fonte di entrate si è trasformato in problema per i conti veneziani. A pagare una bella fetta di questa evoluzione sono stati i contribuenti di Venezia e di Mestre, che in cinque anni hanno visto lievitare il conto dell’Irpef locale del 125 per cento. Come accade spesso nelle addizionali, soprattutto quando a spingerla sono i Comuni dove lo spazio fiscale più ridotto offre meno chance di differenziare il prelievo a seconda del reddito, i rincari sono stati lineari, colpendo allo stesso modo le dichiarazioni ricche e quelle più leggere.
La stessa Regione Veneto chiede a tutti la stessa aliquota, ma in questo caso il fenomeno è dovuto al fatto che l’Irpef regionale è rimasta al livello minimo previsto dalla legge.
Il mix delle scelte
Una storia fiscale simile contraddistingue i milanesi, che tra il 2010 e il 2015 subiscono aumenti fra l’86 e il 102,5 per cento. Con un’eccezione, però, perché quando il reddito dichiarato si abbassa a quota 20mila euro l’incremento è “solo” del 33,1 per cento.
Similitudini e differenze si spiegano ancora una volta con il mix di scelte regionali e locali. Il Pirellone ha mantenuto una certa sobrietà fiscale, introducendo aliquote diverse a seconda degli scaglioni di reddito ma tenendole comunque lontane dai livelli massimi. Nemmeno il mini-aggiustamento introdotto con l’ultima manovra locale ha cambiato molto il quadro, anche se ha portato qualche aumento ai redditi fra 28mila e 55mila euro (+0,05% nell’aliquota) e a quelli degli scaglioni più alti (+0,01%). Più vivace è stato il comportamento del Comune, che superati gli anni d’oro dei dividendi generosi dalle partecipate, ha dovuto chiedere aiuto all’Irpef per sostenere i tagli e far quadrare i conti. Insieme a Venezia, Milano è stata per anni l’unica grande città senza Irpef comunale, ma con un rapido uno-due l’aliquota è balzata al massimo dell’8 per mille: salvaguardando però i redditi fino a 21mila euro, con una delle fasce d’esenzione più alte d’Italia.
I «primati» di Roma
Dietro a Venezia e Milano si colloca Roma, dove gli aumenti registrati negli ultimi cinque anni variano dal 37,7% in più chiesto ai redditi bassi al +81,4% assestato a quelli più alti. I romani, però, sono ormai stabilmente i primatisti in fatto di tasse locali: il Campidoglio applica da anni l’unicum dello 0,9%, superando il tetto che lontano dalla Capitale si ferma allo 0,8%, e per non essere da meno anche la Regione ha deciso di adeguarsi in fretta ai nuovi massimi previsti dalle regole del “federalismo fiscale”, chiedendo il 3,33% a chiunque superi al soglia dei 15mila euro di reddito dichiarato all’anno.
A guardar bene, proprio il federalismo fiscale è il grande assente nella selva di cifre messe in vetrina dalle addizionali. Lasciando da parte le Autonomie speciali, che possono contare su un livello di risorse sconosciuto all’Italia “ordinaria”, spostare la residenza da Firenze, la città più leggera sul piano fiscale, a Roma, significa raddoppiare abbondantemente la propria addizionale, senza che si intravedano nel livello dei servizi ragioni che spieghino almeno in parte questa differenza. L’impianto originario del federalismo fiscale prevedeva un aumento progressivo dei limiti massimi dell’addizionale regionale compensato da un alleggerimento equivalente delle imposte statali, ma questa clausola di salvaguardia è andata ad arricchire la serie delle promesse non mantenute. A fine 2011, poi, il decreto “salva-Italia” ha aumentato in modo lineare le aliquote regionali per compensare i tagli chiesti ai governatori, e in nome dell’emergenza ha anticipato di un anno la progressione dei limiti massimi all’Irpef regionale.
La crisi, insomma, ha finito per trasformare il fisco locale in una lotteria, in cui i cittadini pagano in proporzione alla febbre dei bilanci: e questa febbre, si sa, è spesso inversamente proporzionale alla qualità dei servizi.

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