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Veneto & Vicenza Il mio nome è rosso

 

Lunedì scorso gli uomini della Vigilanza bancaria europea si sono presentati alla sede di via Battaglione Framarin della Banca Popolare di Vicenza per dare inizio a una nuova, inattesa, attività di ispezione. Secondo quanto è trapelato, al centro dell’attività ispettiva ordinata da Francoforte vi sono i finanziamenti correlati, ovvero le cosiddette pratiche «baciate»: finanziamenti erogati in cambio della espressa richiesta di sottoscrizione di quote di capitale della banca. Una pratica vietata dalle normative ma che ha invece caratterizzato per lunghi anni sia la Popolare di Vicenza che Veneto Banca, le due ex cooperative che ora dopo aver tradito la fiducia e bruciato i risparmi di 120 mila soci – oltre 11 miliardi di euro di solo capitale, più le perdite che continuano ad accumularsi di anno in anno a bilancio – sono finite nel reparto rianimazione gestito dal Fondo Atlante di Quaestio sgr, che fa capo ad Alessandro Penati.

Conti in rossoIl salvataggio delle due ex popolari è un’impresa ai limiti del possibile, tanto è il lascito pregresso. Secondo indiscrezioni, la Banca Popolare di Vicenza si sta avviando a concludere il 2016 archiviando perdite per 1,8 miliardi di euro. Il nuovo colossale rosso è da confermare nelle prossime settimane dopo le prime evidenze, ma trova giustificazione in due opposti e concorrenti fattori. Da un lato la volontà del Fondo Atlante, attuata dall’amministratore delegato della banca, Fabrizio Viola, di procedere a una profonda pulizia dei conti, che non lasci ombre sulla futura attività dell’istituto di credito che, nell’ipotesi della fusione con la Veneto, dovrebbe partire da presupposti profondamente diversi rispetto al passato. Su tutti, trasparenza e conformità alle richieste di legge e del mercato. La medesima meticolosità nell’analizzare i conti è messa in pratica anche a Montebelluna da Cristiano Carrus, dove però Veneto Banca vedrebbe accumularsi perdite a chiusura del 2016 per «solo» un miliardo di euro.

Se queste cifre verranno confermate il mese prossimo – a fine febbraio sono convocate le società partecipate, poi si procederà con il consolidato – si aprirà una problematica non secondaria: chi ripianerà quei rossi a bilancio? Il Fondo Atlante ha munizioni disponibili per solo 1,7 miliardi di euro e il sistema bancario, nel suo complesso, ha già fatto ampiamente capire che considera concluso il suo impegno nel progetto, a cui ha dedicato svariati miliardi di euro, che in queste settimane emergono, per assenza, dai rispettivi conti di fine anno. Se non interverranno fattori nuovi (la Cdp? Qualche Fondo di private equity privato che possa affiancare con nuova finanza le attività di Atlante? Il governo di Roma con un maxi salvataggio che comprenda Mps, le due venete e forse anche Carige?), è difficile vedere una prospettiva di soluzione.

Anche perché, secondo fattore, la attività delle due ex popolari si confronta quotidianamente con la disaffezione della clientela. Il danno reputazionale creato dalle ventennali gestioni che facevano capo a Gianni Zonin e a Samuele Sorato a Vicenza e a Vincenzo Consoli e Flavio Trinca a Montebelluna, è difficilmente quantificabile.

Nel contrasto a una tendenza che si protrae da oltre un anno, si distingue Gabriele Piccini, da poco arrivato a Vicenza dopo una lunga esperienza in Unicredit. Con entusiasmo sta cercando di rianimare una rete esangue, nonostante le condizioni di mercato non aiutino. La sua è una strada in salita, ma che va percorsa. Sul fronte del management, dopo i recenti avvicendamenti, è da segnalare la conferma di Anna Tosolini, capo del Corporate development a Vicenza, mentre per quanto riguarda il rapporto con la clientela si evidenzia la positiva accoglienza della proposta di riconciliazione lanciata dalla banca verso i propri soci.

Pre-adesioni in crescitaLe anticipazioni sono da confermare con i fatti, ma gli uffici della sola Popolare di Vicenza sembrano raccogliere un migliaio di pre-adesioni al giorno (sono 9 euro ad azione per la Vicenza, 6 per Veneto in cambio della rinuncia a qualsiasi pretesa o azione legale), oltre a qualche associazione di consumatori.

Tra i dossier aperti sui tavoli dei consigli di amministrazione delle due ex popolari, quello più corposo riguarda i Non performing loans , ovvero i prestiti concessi dalle due banche che non sono stati onorati. Svelati i nomi di alcuni dei maggiori debitori dei due istituti, resta il problema della gestione di questa montagna di sofferenze.

La cessione a terzi delle decine di miliardi di prestiti ammalorati che piombano i bilanci delle due banche potrebbe essere una soluzione rapida. Ma a quale prezzo? Banca d’Italia ha evidenziato un track record storico che avvicina al 41 per cento il prezzo medio delle sofferenze del sistema italiano. Pagare la metà, come appare in questo caso più probabile, aprirebbe interessanti prospettive di lucro per gli investitori, non per la banca. Così c’è chi evidenzia la possibilità che si venisse a costituire internamente alle strutture di Veneto e Vicenza una task forse alimentata dai molti potenziali esuberi che stanno maturando in seno ai due istituti, soprattutto in un’ottica, ormai irrinunciabile, di fusione. Per ora è solo un’ipotesi su cui taluni stanno ragionando, ma i vantaggi sia dal punto di vista dell’impatto sociale, che dei benefici ai conti delle banche, potrebbero essere concreti. Con contemporanea esclusione dei potenziali conflitti di interesse, frequentemente in agguato, sempre che non si voglia pensare a un meccanismo d’asta, come stanno per fare a Siena.

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