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Veneto Banca sotto inchiesta sui prestiti

«Ostacolo all’attività di vigilanza» della Banca d’Italia: Veneto Banca avrebbe celato «gravi anomalie nella gestione» concedendo a privati e imprenditori, tra i quali anche azionisti della stessa banca, «finanziamenti in assenza di una puntuale valutazione del merito creditizio» arrecando un danno all’istituto pari a 157 milioni di euro. Lo ipotizza la Procura della Repubblica di Roma: allo stato risultano indagati l’ex amministratore delegato e attuale direttore generale, Vicenzo Consoli, e l’ex presidente Flavio Trinca. L’inchiesta del procuratore aggiunto Nello Rossi, la sostituta Francesca Loy e il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza, al comando del generale Giuseppe Bottillo, nasce dagli accertamenti ispettivi di Bankitalia del 2013. In particolare, i tecnici di Palazzo Koch hanno passato al setaccio gli incartamenti gestionali di Banca Veneto evidenziando spaccati che i magistrati della Capitale vogliono chiarire. A partire dalla «attività del Consiglio di amministrazione» che si sarebbe «caratterizzata – stando agli atti giudiziari – per i forti limiti nella capacità di sorveglianza del management, l’assai modesta dialettica interna e l’inconsistente ruolo di componenti indipendenti». Dunque «il consenso è dominato dalle figure dell’amministratore delegato Consoli e del presidente Trinca, le cui proposte vengono approvate pressoché sistematicamente all’unanimità».
Insomma – per i pm – si avrebbe a che fare con una plastica rappresentazione di quell’autoreferenzialità per cui il modello delle banche popolari è oggi da più parti criticato.
Alla fine secondo la Procura questi assetti avrebbero determinato l’erogazione dei finanziamenti sotto accusa creando un presunto grave danno patrimoniale. I due alti funzionari, dice la Procura, avrebbero tentato di nascondere la decurtazione economica indicando «nelle segnalazioni periodiche a Banca d’Italia un patrimonio di vigilanza (principale parametro per la valutazione dell’istituto) pari ad euro 2 miliardi 12 milioni 923mila euro, in luogo di quello effettivo pari ad euro 1 miliardo 662 milioni 948mila euro (così come rettificato in seguito all’ispezione della Banca d’Italia per gli anni 2011 2012)» segnando «uno spread negativo di euro 345 milioni 975mila euro». Tutto questo sarebbe stato compiuto «mediante la cessione di pacchetti azionari della banca ad azionisti della capogruppo Veneto Banca scpa, che – secondo le tesi dei magistrati romani – ottenevano in cambio facilitazioni e l’erogazione di linee di credito e/o finanziamenti in assenza dei requisiti minimi richiesti, con l’effetto di determinare un livello del portafoglio “azioni proprie” più elevato di quello contabilmente riscontrabile, con conseguente diminuzione del capitale dell’istituto per circa 157 milioni di euro». Inoltre, ipotizza sempre la Procura, avrebbero rappresentato «all’autorità di vigilanza di possedere un indice di solvibilità (denominato Core Tier 1), superiore all’8% mentre in realtà il valore era al 6,3%». Trinca e Consoli avrebbero poi diffuso «un valore dell’azione Veneto Banca non rispondente al vero» giudicata da Bankitalia «un price/book value (1,43) incoerente con il contesto economico attuale e d’ostacolo al compimento di operazioni societari per le ricadute sulla stabilità dell’azionariato». Un problema, quello della valutazione dei titoli di alcune banche popolari non quotate, di non facile soluzione. L’inchiesta, comunque, è alle battute iniziali e presto potrebbe riservare delle sorprese. A partire dall’analisi del materiale posto sotto sequestro dalle Fiamme gialle al vice direttore dell’istituto, Mauro Gallea. Oltre alla vasta documentazione raccolta dai militari nel corso delle 16 perquisizioni che sono state portate a termine nella mattinata di ieri (vedere articolo a pagina 28).
Tra i documenti da analizzare, inoltre, ci sono anche rapporti di conto corrente e proposte di affidamento riguardanti gli ex consiglieri Attilio Carlesso, Luigi Terzoli, Francesco Biasia, Franco Antiga, l’ex sindaco Michele Stiz e gli stessi Trinca e Consoli. Operazioni che la Banca d’Italia ha già messo sotto osservazione per essere in potenziale conflitto d’interessi (articolo 136 del testo unico bancario).

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