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Veneto Banca, quei 242 conti a Panama

MILANO Non c’è pace per Veneto Banca: nel giorno in cui il direttore generale Cristiano Carrus si presenta al mercato insieme con la presidente del comitato esecutivo Carlotta De Franceschi per illustrare l’aumento di capitale da 1 miliardo, «a rischio massimo» per i soci ma necessario per evitare il bail in dell’istituto, scoppia l’ennesima grana, quella dei conti segreti offshore. È una ricaduta del megascandalo dei Panama Papers, i documenti trafugati allo studio legale Mossack Fonseca e pubblicati via Internet. La banca veneta, sia pure indirettamente, ne gestisce — o ne ha gestito — oltre duecento: sono conti aperti presso la Bim Suisse, ramo elvetico della torinese Banca Intermobiliare, controllata dall’istituto veneto.

Il prospetto informativo — 1.114 pagine, record per la Borsa Italiana — rivela che un audit è stato richiesto direttamente dalla Bce (non solo alla Bim, a quanto sembra) lo scorso aprile, una volta emerso lo scandalo: «Verificate quanti conti avete nel paese caraibico, e di chi sono». E il giro di denaro emerso, in particolare per gli anni passati, è rilevante: ben 242 rapporti (conti) di Bim, oggi estinti, intestati a 184 soggetti residenti a Panama con flussi finanziari pari a 261 milioni di euro. Di questi circa 14,8 milioni sono «riferibili a Paesi presenti nelle black list» mentre per altri 45 milioni la banca non è riuscita a stabilire da dove arrivassero o dove siano finiti i fondi. Ma le verifiche sono ancora in corso, tanto che Veneto Banca non è in grado di quantificare un rischio specifico. Attualmente, sottolinea il prospetto, Bim Suisse sta operando a Panama, ma con soli 19 conti attivi relativi a 18 clienti residenti nel Paese, di cui 5 collegati allo studio Mossack Fonseca, che raccolgono 7,8 milioni di franchi svizzeri. Proprio ieri Carrus e la consigliera Giuseppina Rodighiero si sono dimessi dal board di Bim «per crescenti impegni di lavoro» ma i due fatti non sono collegati, spiegano da Veneto Banca.

In effetti Carrus ha in questi giorni un compito molto duro: convincere non tanto gli 88 mila soci attuali — già falcidiati dalla svalutazione del titolo a 0,10-0,50 euro — ma gli investitori istituzionali a sottoscrivere: «Non lasceremo nessuna strada intentata fino all’ultimo giorno», ha spiegato.

Il banchiere è comunque tranchant sulle condizioni dell’aumento: «È un’operazione a massimo rischio e quindi va trattata come tale». La banca, ha sottolineato, rispetterà al 100% la legge e non farà sollecitazioni ai soci ma «resta sacrosanto il diritto di sottoscrivere come previsto dal codice civile». Ma il quadro non è facile: «Negli ultimi cinque mesi il mercato si è mangiato almeno la metà delle capitalizzazioni di Borsa delle banche» e oggi Veneto Banca in Borsa varrebbe meno dei soldi richiesti al mercato.

Resta il paracadute di Atlante, che però ha posto la condizione di avere almeno il 50,1%. In ogni caso quei soldi servono, anche per far ritornare la liquidità entro i minimi regolamentari: oggi è «pochi punti sotto», a causa dei due mesi di limbo tra il rinvio dell’aumento e l’insediamento del nuovo consiglio presieduto da Stefano Ambrosini. Ma Carrus e De Franceschi guardano già al futuro: la fusione «è ineluttabile». Per agevolarla potrebbe anche non vendere Bim ma «tenerla e utilizzarla per un’operazione di m&a», cui lavorano Ubs e Rothschild.

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