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«Veneto Banca, prima l’Ipo e poi la fusione»

Prima la spa, poi la quotazione e l’aumento. Solo allora, non prima della primavera prossima, «potranno aprirsi concrete possibilità per un’aggregazione. Prima, è difficile che possa accadere». Cristiano Carrus, a.d. di Veneto Banca, spiega a Il Sole 24 Ore la strada che la popolare di Montebelluna ha scelto per applicare la riforma delle cooperative imposta dal Governo Renzi: «Posto che ci occorre un miliardo per avere un certo margine sui requisiti patrimoniali chiesti da Bce, l’unico modo per raccoglierlo è quello di passare per la Borsa – spiega il manager -, dove non possiamo certo presentarci come cooperativa. Offriamo la massima apertura e trasparenza al mercato, e poi potremo riprendere attivamente i colloqui per un’aggregazione, forti della possibilità di poter recitare un ruolo di primo piano anche da soli».
La spa, l’aumento, la Borsa con tutte le inevitabili conseguenze sul valore del titolo: l’assemblea di dicembre sarà un boccone amaro per i soci.
Ai soci, tutti i soci, garantisco grande rispetto e attenzione. Per questo vogliamo rapidamente programmare una serie di incontri. Ripeto, abbiamo fatto una scelta di assoluta trasparenza, che aiuterà a distinguere chiaramente il passato dal futuro e il risanamento dal rilancio.
La banca sta vivendo una nuova fase di cambiamento: al vertice il presidente Pierluigi Bolla ha preso il posto del dimissionario Francesco Favotto: cambierà qualcosa per la banca? Sul tavolo c’è sempre l’ipotesi delle dimissioni del Cda alla prossima assemblea?
Il cambio di presidente rispetta le volontà del professor Favotto, ed è dovuto alle sue condizioni di salute. Il Cda ha dimostrato una eccellente capacità di gestire questo passaggio e la scelta del nuovo presidente Bolla rappresenta una forte comune volontà di contribuire a mettere in sicurezza la banca. Ad aprile,a valle di tutto il processo, da quotati e post aumento di capitale, la nuova distribuzione dei pesi del capitale tipica di una Spa, sarà sovrana e noi, ovviamente, ci rimetteremo totalmente al loro giudizio, io per primo.
L’assemblea potrebbe slittare dal 5 al 19 dicembre?
Stiamo definendo gli ultimi passaggi collegati alla definizione e al calcolo del prezzo che verrà stabilito per il recesso. Non appena avremo conferma di questi elementi convocheremo l’assemblea, auspicabilmente entro la fine di dicembre. Nel suo insieme, la road map non è in discussione.
Disciplinando il recesso, di fatto voi aggiornerete il valore dell’azione, attualmente pari a 30,5 euro: c’è chi ipotizza che si scenda sotto i 10 euro.
Non posso sbilanciarmi al momento, ma è fuor di dubbio che il titolo dovrà allinearsi a quello del resto del mercato. Il prezzo dipenderà anche dai multipli che si rileveranno allora ed anche da quanto Veneto Banca avrà dimostrato in questi prossimi mesi di poter valere anche in termini prospettici.
Che cosa chiederete ai vostri soci?
Suggeriremo loro di non diluirsi. Perché così facendo non si priveranno della possibilità di upside che il titolo incorporerà una volta quotato: i dividendi in caso di prospettiva stand alone, le sinergie in caso di m&a. Partiremo da multipli bassi, quindi la possibilità di veder rivalutato il titolo è tutt’altro che remota. Sono consapevole che soprattutto per i piccoli soci sarà un grosso sacrificio, per questo stiamo predisponendo una serie di proposte a livello di welfare, dai buoni benzina alle borse di studio, che offriremo a coloro che non potranno sottoscrivere l’aumento.
L’aumento di capitale da un miliardo sarà sufficiente a mettervi in sicurezza?
Senza dubbio. La cifra è stata studiata per portare le coperture sui crediti non performing ai livelli richiesti da Bce, pari al 37% nel 2016 e il 40% nel 2017. Ma anche per fronteggiare eventuali filtri prudenziali sul capitale. A novembre presenteremo i conti relativi ai primi nove mesi: saranno conti certificati dai revisori, al pari di un bilancio annuale, che ci permetteranno di arrivare in Borsa nella massima trasparenza.
Accanto ai soci attuali, si aspetta che con l’aumento possa entrare qualche investitore interessato alla prospettiva di un’aggregazione?
Sarebbe una scelta sensata, visti i prezzi. In ogni caso quello che mi aspetto, e le prime sensazioni vanno in questa direzione, è che Banca Imi riesca a costruire un book di investitori realmente interessati alle prospettive della banca e si riduca al minimo la parte assegnata come inoptato. Di sicuro durante, o a valle, dell’aumento potranno esserci ingressi da parte di investitori che potranno rivelarsi importanti in vista di una prossima fusione.
Secondo gli analisti il vostro partner ideale resta il Banco.
Nei casi migliori, con alcune banche abbiamo modelli di business molto affini, con la possibilità di creazione di importanti sinergie. Per questo motivo non ci precludiamo alcuna opportunità.
Se non troverete un partner, anche dopo la quotazione, la banca potrà stare in piedi da sola?
Il piano industriale è pensato per quello: i 240 milioni di utile al 2020 non sono un traguardo irrealistico, visto che si prevede un rote del 7%. Rifocalizzando il nostro business sulle attività di intermediazione tradizionale su famiglie e imprenditori dei territori di riferimento, con un nuovo modello di servizio e un’attenzione particolare sulla gestione degli Npl, possiamo tornare rapidamente a una redditività sostenibile.
A che punto sta la cessione di Bim? Venderete anche la quota in Arca Sgr?
Nel primo caso, c’è un buon interesse. Per quanto riguarda Arca, per noi è un partner strategico e tale rimane.
Sull’operato della banca negli anni passati c’è una doppia inchiesta in corso. Recentemente, però, sembrano essere emersi trattamenti di favore rispetto al riacquisto di azioni di alcuni soci anche in tempi molto recenti. Che cosa le risulta?
Quello che posso dire è che nel 2015 non sono state fatte preferenze per nessuno.

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