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Veneto Banca, otto filiali nel mirino

Sono otto le filiali di Veneto Banca «visitate» dagli investigatori del Nucleo valutario della Guardia di Finanza per ordine di Consob. L’obiettivo è chiaro: verificare se ci sia stato un abbinamento tra la sottoscrizione dell’aumento di capitale da 1 miliardo, attualmente in corso, e l’erogazione di finanziamenti ai clienti. Nella delega dell’ufficio ispettivo agli specialisti delle Fiamme gialle si chiede di accertare se questo tipo di operazione «sia stata sollecitata fuori dalle regole di adeguatezza e appropriatezza». Al termine dei controlli la Consob deciderà se trasmettere l’esito dell’ispezione alla Procura di Roma, titolare dell’inchiesta sul dissesto dell’istituto che ha tra gli indagati l’ex direttore generale Vincenzo Consoli e l’ex presidente Flavio Trinca. I reati ipotizzati sono ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio per una società non quotata.

Le verifiche sono essenziali: l’aumento, rivolto inizialmente solo agli attuali soci, è «a massimo rischio», ha detto la scorsa settimana il dg Cristiano Carrus, precisando che la banca «non solleciterà sottoscrizioni». L’anno scorso dall’ispezione Bce erano emersi casi di finanziamenti per passati aumenti di capitale, pari a 350 milioni. L’istituto ha precisato ieri che la visita del presidente Stefano Ambrosini al procuratore di Roma Giuseppe Pignatone è servita a «presentare i nuovi vertici dell’istituto e ribadire la massima disponibilità a collaborare», senza riferimenti a «indagini in corso» o «sollecitazioni o richieste di alcun tipo».

In ogni caso l’aumento non starebbe raccogliendo consensi, nonostante il pressing dell’associazione «Per Veneto Banca», che puntava a sottoscrizioni fino a 600 milioni. Ieri l’associazione presieduta dall’imprenditore Bruno Zago ha fatto retromarcia: «Continuano a mancare alcune informazioni essenziali per assumere una decisione consapevole sull’aumento quali per esempio sulla strategia futura della banca e di rilancio». Questo e i tempi «molto ristretti» dell’aumento «impediscono che ciò si concretizzi per importi consistenti».

Toccherà dunque al fondo Atlante intervenire. E questo anche in caso di Brexit. Ieri lo ha precisato Quaestio sgr, che gestisce Atlante: essendo una «circostanza nota», l’eventuale vittoria del «sì» «non costituirà un evento straordinario e non prevedibile ai fini degli impegni assunti dalla Sgr». In questo modo si sgombra il campo da un possibile problema che metterebbe a rischio il successo dell’aumento e quindi la sopravvivenza stessa della banca, visto l’aumento si chiude venerdì 24, all’indomani del referendum britannico.

Fabrizio Massaro Fiorenza Sarzanini

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