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Veneto Banca, nessun rimborso ai soci

Veneto Banca non rimborserà nulla ai soci che opteranno per il recesso a fronte della trasformazione della banca popolare in Spa. È questa la decisione – estrema ma quasi inevitabile visto il deficit patrimoniale in cui si trova l’istituto – maturata in seno alla banca di Montebelluna, il cui Cda, riunitosi ieri fino a tarda notte, doveva definire anche il prezzo del diritto di recesso. Il Cda ha deliberato in 7,3 euro il valore unitario di liquidazione delle azioni ordinarie. Ma alla luce di un deficit di capitale (7,12% il Cet1 della banca contro il 10,25% imposto dalla Bce), la banca ha previsto “la limitazione in tutto e senza limiti di tempo del rimborso delle azioni con fondi propri della banca”, come si legge in una nota. L’istituto di fatto non ha un buffer per riacquistare le azioni di chi volesse venderle. Il rimborso delle azioni a chi esercita il recesso è “assoggettato e subordinato alla possibilità per la banca di rispettare, a seguito del rimborso stesso, i requisiti prudenziali ad essa applicabili e, quindi, di ottenere l’autorizzazione da parte dell’Autorità competente per la riduzione dei fondi propri”, continua la nota. Di fatto, quindi, ai soci intenzionati a liquidare le proprie posizioni non rimarrà altro che cedere le azioni su un mercato regolamentato, dove la banca si troverà – da quotata – entro il primo semestre del 2016.
Ora la palla passa ai soci, che il 19 dicembre, nella tensostruttura di Volpago del Montello, dovranno dare il via libera alla trasformazione in Spa. Il territorio è in fermento, come segnala l’attivismo di alcune associazioni di soci. E la decisione di ieri del Cda potrebbe alzare ulteriormente le fibrillazioni. Ma la road map della banca è di fatto tracciata. A gennaio si partirà con la composizione del consorzio di garanzia in vista dell’Ipo, mentre a metà febbraio – in anticipo sui tempi tradizionali della banca – sarà alzato il velo sul bilancio consolidato del 2015. A quale prezzo avverrà lo sbarco in Borsa lo si deciderà a fine marzo, quando sarà definita la forchetta il cui valore rischia di essere più basso della quota definita ieri. Solo a qual punto partirà il bookbuilding, che secondo le attese contemplerà il diritto di opzione ai soci. In aprile, se tutto filerà liscio, la banca sarà in borsa già post money, cioé con il miliardo di euro – garantito da Banca Imi – già nelle casse della banca.
Del resto, le sfide per la banca – che ha appena chiuso i primi nove mesi con una perdita di 770 milioni dopo l’azzeramento del valore degli avviamenti – non mancano. La stessa Bce, dopo gli esami Srep, ha chiesto che il Cet 1 ratio arrivi almeno al 10,25% dall’attuale 7,12%. Ma nel contempo Francoforte ha imposto anche una migliore organizzazione del lavoro, un rafforzamento dei controlli interni, «misure specifiche» per far fronte al deterioramento del credito, un maggiore presidio dei rischi legali e reputazionali.
Un pacchetto di azioni da varare che dimostrano quanto la banca sia nel pieno di un profondo turn-around aziendale. A riconoscerlo anche dalle agenzie di rating. S&P ieri ha confermato i rating della banca di Montebelluna a BB- e B sul lungo e sul breve termine riconoscendo che l’istituto sta realizzando «una positiva transizione». Così facendo, la società di rating ha compensato il minor supporto al rating derivante dalle incertezze al sostegno al settore bancario da parte del Governo alla luce delle nuove direttive europee.
Sul fronte della governance interna prosegue il riassetto. Dopo la nomina di Pierluigi Bolla alla presidenza della banca, ieri è stata nominata vicepresidente Cristina Rossello. Avvocato cassazionista che era già presente in Cda in qualità di consigliere ed è succeduta ad Alessandro Vardanega, che ha rassegnato le dimissioni lo scorso 17 novembre. In Cda è entrato anche Beniamino Quintieri, docente di economia all’università Tor Vergata.

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