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Veneto Banca, la resa dei conti

Il 15 aprile è una data cerchiata di rosso, a Montebelluna, al quartier generale di Veneto Banca. Per il 15 sono attese un paio di offerte per la controllata Banca Intermobiliare (Bim). Ma soprattutto avremo una nuova puntata della partita a scacchi con Bankitalia, che pretende l’azzeramento del consiglio d’amministrazione e la cessione del timone da parte dell’amministratore delegato, Vincenzo Consoli. Il 15 sarà depositata una lista di 15 nomi, che sarà sottoposta all’assemblea dei soci il 26 aprile. Bisognerà vedere quanti degli attuali consiglieri si dimetteranno, in ossequio alla richiesta degli ispettori di Bankitalia. Di sicuro quattro consiglieri sono in scadenza (Consoli, Zoppas, Chirò, Perissinotto), ma in linea teorica potrebbero ricandidarsi. Pur tra fortissime tensioni nel board e nell’azionariato, la linea prevalente tende a evitare l’urto frontale con l’istituto di vigilanza e dunque probabilmente i consiglieri attuali si faranno da parte. La lista dei subentranti è pronta, dovrebbe essere guidata da Francesco Favotto (economista, già prorettore all’università di Padova), Alessandro Vardanega (presidente di Confindustria Treviso, prossimo a fine mandato), Federico Tessari (già presidente Unioncamere Veneto). Il primo dovrebbe essere il futuro presidente, il secondo il suo vice. Ma è storia ancora da scrivere e piena di varianti possibili, come negli scacchi appunto. Da capire se Bankitalia insisterà, per esempio, che Vincenzo Consoli

assuma la carica di direttore generale per un biennio e se questi eventualmente si fiderà ovvero riterrà di essere ancora nel mirino. Il nuovo board avrà una missione semplice da dire: la banca va avanti da sola, la fusione con Popolare Vicenza caldeggiata da Bankitalia non esiste. Per interpretare il clima di sospetti gravante su Montebelluna, occorre riandare al primo arrivo degli ispettori da via Nazionale. Torniamo indietro di due anni. In quella prima visita emerge che tre consiglieri, e financo un membro del collegio sindacale, avevano importanti affidamenti da parte della banca stessa. Facile la replica dei ‘rei’: così fan tutti, e lo sapete bene cari ispettori. Il secondo ruvido rilievo evidenzia una pesante accusa: avete finanziato tanti clienti affinché – con i soldi stessi della banca – sottoscrivessero azioni e aumenti di capitale. Ma il board guidato dal presidente Flavio Trinca è secco, nella lettera di replica del 18 dicembre scorso, nell’affermare la ‘lampante mancanza del nesso di causalità’ tra affidamenti e ruolo di amministratore o azionista. In sostanza Banca d’Italia rimarca che finanziamenti per 150 milioni concessi da Montebelluna alla clientela sarebbero finiti nell’acquisto di azioni dell’istituto di credito trevigiano. Premesso che attualmente il capitale azionario consiste in 4,1 miliardi di euro, il board ribatte che la cifra dei 150 milioni va depurata dei crediti concessi dai vari istituti incorporati nel corso dell’ultimo decennio e che Veneto Banca riconosce come propri circa 20 milioni, affidati a una decina di soci/clienti. Su una platea totale di 4,1 miliardi, come detto. Arriviamo adesso alla questione forse più delicata, e che riguarda una larga parte delle banche popolari non quotate. Definire il valore di una banca popolare non quotata attiene alle scienze alchemiche, basti dire che Banco popolare e Bpm al listino di Piazza Affari in questo periodo valgono poco più di metà di Veneto Banca. Comparazione impraticabile a maggior ragione con i grandi istituti come Intesa e Unicredit. Ragionamenti che pure i soci delle popolari sotto aumento di capitale iniziano a farsi. Domande assai scomode, che attengono alla struttura dei bilanci, ai livelli di sofferenze e di coperture dei crediti deteriorati. Veneto Banca, per esempio, contabilizza ancora avviamenti per 1,3 miliardi. Tant’è che tra soci e consulenti in questo periodo vi è stato pure chi ha indicato percorsi inediti, una sorta di ri-fondazione: svalutazione degli avviamenti, trasformazione in società per azioni con limiti di voto, apertura a investitori istituzionali. Non accadrà nulla di tutto questo, i tempi non sono ancora maturi (se mai lo saranno, nell’arcipelago delle popolari). E vedremo dunque come andrà il nuovo aumento di capitale da 500 milioni di euro e che dovrebbe valorizzare l’azione attorno a 35 euro. Da notare che l’ultimo consiglio di amministrazione, con una direzione di marcia mai vista, ha portato il valore delle azioni da 40,75 a 39,5 euro. Un gesto fortemente simbolico. Dal quartier generale di Montebelluna arriva un messaggio secco: siamo sani, prima dell’aumento di capitale disponiamo di un Common equity Tier1 pari a 8,73, la vendita di Bim porterà altri 0,6-0,7 punti. E 2 punti sono connessi all’aumento di capitale. Materia che emergerà anche all’assemblea del 26, dove sono attesi 5-6mila soci (sono in totale 75mila). Arriveranno con voli charter e pullman da mezz’Italia. Assemblea preparata, dato che ci sono già stati 7-8 incontri con centinaia di persone per volta. Assemblea sostenuta dai sindaci del Trevigiano e dal governatore del Veneto, Luca Zaia, radicalmente contrari alla fusione con Popolare Vicenza.

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