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Veneto Banca, Ipo con maxi sconto. Atlante pronto alla sub-garanzia

Prezzo da zero virgola, azzeramento dei soci attuali che non seguiranno l’operazione, multipli comunque più alti della media e quindo alta probabilità di intervento da parte del Fondo Atlante, che proprio ieri si è vincolato alla subgaranzia.
Come ampiamente previsto, l’aumento di capitale da un miliardo di Veneto Banca seguirà un copione molto simile a quello che – un mese e mezzo fa – aveva messo in scena la Popolare di Vicenza. Con una sola differenza, che è formale ma potrebbe diventare di sostanza: in questo caso si tratta di un aumento con diritto d’opzione.
Prima di attivare Atlante – che ieri ha sottoscritto un accordo con il consorzio di garanzia guidato da Banca Imi (Intesa Sanpaolo) – ci sarà quindi da sottoporre l’inoptato agli azionisti della banca: un gruppo, pari almeno al 15-20% del capitale, pare intenzionato a fare la sua parte, dunque l’epilogo non è scontato. Compresa la quotazione, visto che per debuttare a Piazza affari è necessario un flottante minimo (derogabile) pari al 25 per cento.
I dettagli dell’operazione sono stati definiti ieri a tarda sera dal cda della ex popolare: a mezzanotte il vertice era ancora in corso.
Il cda della banca ieri a tarda sera non era ancora concluso. In ogni caso, il prezzo minimo dell’offerta dovrebbe essere fissato a 0,10 euro per azione: se così fosse Montebelluna manderà in fumo, dal picco della gestione Consoli del 2012, quasi 5 miliardi di euro. Il prezzo massimo della forchetta, invece, sarà un valore simbolico (Vicenza lo aveva fissato a 3 euro), che in questo caso dovrebbe essere intorno ai 50 centesimi. Parallelamente al tavolo del board di Montebelluna, il consorzio di banche capitanato da Banca Imi ieri ha definito il contratto di sub-underwriting con Atlante, che subentrerà nella garanzia al pool di garanzia. Nel fine settimana le altre banche sindacate (Credit Suisse, Citi, SocGen e Ubs) hanno fornito tutta la documentazione necessaria per il via libera all’operazione: il lancio dell’operazione sarebbe previsto per il 6 giugno (fino al 20 e con eventuale quotazione il 28).
Sul fronte veneto, ieri in giornata, prima del cda fiume il presidente Ambrosini ha incontrato, in due distinti momenti, sindacati e grandi soci. Se nulla è dato sapere sull’incontro con gli azionisti del territorio – Ambrosini ha visto il presidente dell’associazione Per Veneto Banca Bruno Zago, che nei giorni scorsi si era detto ottimista sul raggiungimento del 10% del capitale con le sottoscrizioni dei soli soci dell’associazione -, l’incontro con i sindacati non si può dire abbia avuto un esito positivo. In un comunicato congiunto, le rappresentanze hanno fatto sapere che, non avendo ricevuto risposta sull’impegno per il mantenimento dei posti di lavoro e su un contenimento delle remunerazioni del cda e non potendo contare su nessuna prospettiva certa sul futuro della banca, «ogni decisione sulle politiche strategiche che dovesse mettere in secondo piano gli interessi dei lavoratori troverà nelle organizzazioni il massimo del contrasto», anche alla luce del fatto che «il percorso tracciato dal precedente cda e imposto dal regolatore è stato in toto adottato dall’attuale cda».
I lavoratori chiudono, dunque, la porta. Ora, restano solo i vecchi soci. Con un prezzo minimo fissato probabilmente a dieci centesimi, l’unica possibilità che Veneto Banca possa sbarcare in Borsa e tentare la via del risanamento e del rilancio è determinata da quanto (e se) i soci del territorio siano disposti a soccorrerla. Se ci sarà, o meno, una risposta alla “chiamata”. Gli imprenditori veneti hanno mostrato disponibilità a sottoscrivere l’aumento per una quota che, dicono più voci, potrebbe raggiungere se non addirittura superare il 25% dell’ammontare. Anche se, infatti, l’interesse in fase di pre-marketing è stato scarso e quei dieci centesimi di prezzo minimo deprimeranno non poco, il clima a Treviso è differente rispetto a Vicenza. Dopo essere intervenuti in assemblea determinando un ribaltone ai vertici e nel consiglio d’amministrazione della banca, gli azionisti del territorio potrebbero essere in grado di raggiungere un 10-12% del capitale; quota che, sommata a qualche eventuale acquisto da parte di altri investitori (tra cui forse Mediobanca), porterebbe il flottante complessivo quasi al 20%. Livello inferiore al 25% richiesto da Borsa Italiana, ma forse sufficiente per ottenere una deroga e permettere la quotazione. I soci sanno che andare in Borsa non significa solo tentare di risollevare le sorti della banca con una iniezione di nuovi capitali, ma vorrebbe anche dire che ci sono concrete possibilità perché Veneto Banca resti “del territorio”, senza essere in toto fagocitata dal fondo Atlante. Emblematico in questo senso è l’appello di ieri della politica locale, che ben si riassume nelle parole della senatrice del Pd Laura Puppato, ex sindaco di Montebelluna e azionista di Veneto Banca (che aderirà all’aumento). «Non posso credere – scrive la senatrice – che, dopo aver subito la peggiore onta da chi si riteneva buon gestore e si è scoperto essere invece stato scorretto nell’acquisire azioni, falso nei bilanci e sprecone nella gestione, non si trovi la forza per credere nella capacità di rinascita e di crescita del proprio territorio

Marco Ferrando
Katy Mandurino

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