Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Veneti e no: banche, polizze e quel set di marchi

Il caso Cattolica ripropone una serie di interrogativi che hanno segnato l’ultimo decennio della finanza italiana. Perché le principali crisi bancarie e assicurative sono nate in Veneto? Come mai una delle regioni più ricche d’Italia non ha più una banca di livello nazionale? Perché le casse di risparmio, dalla CassaMarca alla Cariverona fino alla Cariparo non si sono aggregate dando vita a un grande istituto del Triveneto? Dare una risposta a questi interrogativi non è semplice, forse perché il motivo non è soltanto uno.

Alcuni analisti sostengono che tutto è partito dagli anni 2000. Con l’arrivo dell’euro crollarono i tassi d’interesse e in Veneto il credito alle imprese esplose. Fra il 1999 e il 2001 si passò da poco meno di 50 a oltre 100 miliardi. Il boom era collegato alle aspettative di crescita, ma non alla realtà. Nei primi dodici anni dell’euro il credito alle imprese venete fece un balzo del 125% mentre l’economia crebbe appena del 39%. Una differenza che è il chiaro segnale della qualità insufficiente degli investimenti. Troppi capannoni, poca innovazione e mancanza di strategia. La conclusione è per molti versi banale: gli imprenditori e le banche non sono stati capaci di gestire il cambio di marcia imposto dall’euro.

Uomini soli al comando

Ma non finisce qui. C’è stato un serio problema di governance che ha favorito l’idea dell’uomo solo al comando. Tanto nelle imprese quanto nel credito. Per capirci, pensiamo a Vincenzo Consoli per Veneto Banca e a Gianni Zonin per Banca Popolare di Vicenza. Pochi controlli hanno favorito una gestione personale e la concessione di fidi molto discutibili. I primi responsabili delle crisi vanno cercati in una classe dirigente che ha tollerato o addirittura favorito forme di gestione del credito clientelare, tanto da ignorare i segnali che provenivano dall’attività di vigilanza. Indicativo il caso della Popolare di Verona che è stata costretta a fondersi con la Popolare di Milano, più piccola per dimensioni, proprio per aver mal coperto i suoi prestiti inesigibili.

Ci sono però anche motivi dimensionali. Le banche piccole e medie reggono con maggiori difficoltà le crisi del mercato e l’elevato importo di sofferenze dei crediti.

La forma cooperativa ha poi comportato una rigidità nella struttura finanziaria, con difficoltà di immissioni di capitali da parte di gruppi stabili per l’esistenza del principio «una testa un voto». Come dimostra il caso Cattolica. Un gruppo assicurativo che poteva diventare aggregante ma che improvvisamente è finito in una profonda crisi. La storia è nota. La conflittualità tra il presidente, Paolo Bedoni e l’amministratore delegato, Alberto Minali ha portato la compagnia, come evidenziato dall’Ivass, in gravi difficoltà. Da qui il discusso ingresso di Generali. La compagnia triestina, sottoscrivendo l’aumento di 300 milioni è arrivata al 24,4% del capitale. Sembrava tutto risolto quando la Consob ha avvisato Generali che se la sua quota nel capitale della compagnia scaligera avesse superato il 25% avrebbe dovuto lanciare l’offerta pubblica d’acquisto.

Il tema del possibile superamento della soglia che rendeva obbligatoria l’Opa è nato dal fatto che il Leone di Trieste avrebbe potuto esercitare il diritto di opzione sulle azioni di Cattolica risultanti dalla procedura di recesso. Recesso che era nel diritto dei soci che l’estate scorsa hanno bocciato il passaggio della compagnia veronese da cooperativa a spa, prologo dell’ingresso di Generali.

In ogni caso, anche a causa del fatto che il prezzo delle azioni definito per il recesso era superiore a quello di Borsa, i titoli rimessi a disposizione dai soci sono risultati inoptati quasi totalmente. L’assicurazione veronese li ha quindi ricomprati spendendo oltre 110 milioni della riserva straordinaria. Al termine del riacquisto, Cattolica è arrivata a controllare oltre 12% del suo capitale sociale. Ma non è tutto.

Arriva Marchi

A fine gennaio la Consob ha inviato a Cattolica un’ulteriore richiesta di informazioni. Nel mirino proprio l’operazione siglata con la compagnia triestina la scorsa estate. In particolare, la Commissione ha avviato la richiesta di informazioni per abuso di informazioni privilegiate. La lettera sarebbe arrivata anche sul tavolo di Generali. Gli uomini che vigilano sui mercati hanno chiesto di ricevere «dati identificativi di esponenti, dipendenti e collaboratori» delle due compagnie coinvolti nel progetto e di tutti i consulenti che hanno ruotato attorno all’operazione. Un chiarimento che rischia di essere una vera e propria bomba a orologeria.

Al di là dell’indagine Consob, è però evidente che Cattolica non possa continuare a possedere il 12,2% del suo capitale.

E così è nata l’idea di Banca Finint, presieduta da Enrico Marchi. Con oltre quarant’anni di storia, l’istituto di Conegliano da vari mesi sta facendo molto parlare di sé. Sia sotto il profilo del management che dell’espansione aziendale. L’arrivo di Fabio Innocenzi come amministratore delegato, l’ingresso in cda di Massimo Mazzega e il passaggio dell’ex ceo delle Generali, Giovanni Perissinotto nel ruolo di vicepresidente sono state percepite come un vero e proprio rafforzamento manageriale in vista di nuove operazioni.

Sotto la lente dell’istituto, oltre al 10% di Cattolica, è finita anche la boutique milanese Banca Profilo per cui è stata presentata un’offerta mentre all’orizzonte c’è un’ipo finalizzata a cogliere altre opportunità.

Da De Vido a Panatta

È giusto però fare un passo indietro. La storia di Finint è iniziata nel 1980 quando i giovanissimi Marchi e Andrea De Vido decisero di portare il merchant banking nella terra del Prosecco. Il sodalizio è durato oltre 35 anni fino a quando De Vido ha scelto di rompere l’alleanza e farsi liquidare. Il bilancio della strada fatta insieme è stato però tutt’altro che deludente. Partito dal leasing l’istituto si è gradualmente allargato alla finanza strutturata fino al business bancario vero e proprio con l’acquisto nel 2014 di Banca Arner. Una crescita quasi scontata.

Nella boutique di Conegliano le competenze non mancavano e nemmeno le relazioni. Solido, per esempio, è stato il legame tra Marchi e Giancarlo Galan (come adesso lo è con Luca Zaia). Un rapporto a volte chiacchierato quello con l’ex governatore del Veneto che ha sempre respinto le accuse di favoritismo verso Save, la società che gestisce l’aeroporto di Venezia e che Marchi presiede dal 2000.

Nel network di un banchiere-imprenditore non potevano mancare le Generali. Il legame è iniziato nel 2000 quando il Leone acquisì il 10% di Finint con un aumento di capitale riservato. L’operazione fu propiziata dall’allora direttore generale Perissinotto già in buoni rapporti con Marchi. A cementare il legame fu poi l’ingresso della Finint in Ferak, una holding creata per custodire l’1,3% delle Generali (più un ulteriore 2,2% detenuto indirettamente attraverso Effeti, la joint venture creata con la torinese Crt).

Ma improvvisamente il rapporto si interruppe. Nel 2015 l’ex amministratore delegato Mario Greco vendette la partecipazione nella banca mentre, va sottolineato, Finint restò in Ferak. Il divorzio fu alquanto tempestoso e calò un grande gelo. Adesso il vento è cambiato, da qui l’interesse di Marchi su Cattolica in sintonia con Generali.

I maligni sostengono che a favorire il riavvicinamento sarebbero i buoni rapporti di Philippe Donnet, ceo di Generali, con alcuni imprenditori veneti. Frequentazioni nate anche grazie al tennis club di Treviso (fondato da Adriano Panatta e Donnet), diventato una specie di salotto buono delle ricche famiglie venete.

In queste settimane, comunque, a Verona il clima resta caldissimo e in città circolano molte fantasiose ricostruzioni che legano l’intervento di Finint alla luce di questi antefatti. Ovviamente a Conegliano non commentano queste suggestioni. Le ragioni che avrebbero spinto Finint a muovere in aiuto del Leone sarebbero sostanzialmente due. Da un lato, preservare l’ultimo presidio rimasto in Veneto nei servizi finanziari. Dall’altro, il fatto che Cattolica sta per trasformarsi in società per azioni e posizionarsi sul titolo è un’interessante opportunità di investimento. Due motivi più che validi, sempre che l’indagine della Consob e i dubbi di alcuni azionisti Generali non portino a nuovi inaspettati sviluppi.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Intervista ad Alessandro Vandelli. L'uscita dopo 37 anni nel gruppo. I rapporti con gli azionisti Un...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I gestori si stanno riorganizzando in funzione di una advisory evoluta che copra tutte le problemati...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non far pagare alle aziende i contributi dei neo assunti per due anni. È la proposta di Alberto Bom...

Oggi sulla stampa