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Vendite per 20 miliardi. Le grandi manovre su pubblico e privato

Aaa vendesi. Primarie società, pubbliche e private, quote azionarie, immobili. Stima, 20 miliardi di euro. Pluri intermediari. Sarà stata la crisi, suprema acceleratrice, o la necessità di cassa – che non è mai troppa – ma oggi chi può e ne ha ancora uno di redditizio, si focalizza sul core business . Le partecipazioni non vanno più di moda, meglio vendere e concentrarsi sul business, ma dell’azienda.
La ripresa
Un processo non nuovo. Nel settore pubblico la fine dello scorso secolo venne caratterizzata dalle privatizzazioni sulla spinta dell’entrata in Europa e dei parametri di Maastricht: prima le banche, con le tre Bin, poi Eni, Enel, Finmeccanica, la Telecom. Quindi una lunga pausa a inizio degli anni duemila, interrotta nel 2008 dalla cessione di Alitalia, che vola privatamente dal 13 gennaio 2009. Ora inizia un altro giro. Vanno sul mercato le Poste, uno dei grandi simulacri del potere di Stato, per anni luogo di inefficienze e clientele, ragnatela di 14 mila uffici postali e 144 mila dipendenti. Lo Stato italiano ha le casse vuote – il balletto sull’Imu è l’ennesima prova – e finalmente pare deciso a fare a meno di alcune delle sue aziende, controllate o partecipate: Stm, Enav, Fincantieri, Sace, Snam.
Non stanno meglio i privati. I singoli risparmiatori sono con l’acqua alla gola. Il crollo del mercato immobiliare è il segnale più evidente: il bene rifugio per eccellenza degli italiani, il mattone, è gravato di troppe tasse e questo ha contribuito ad accelerare una dinamica già in atto: si sono bloccate le compravendite, anche i notai (!) faticano e licenziano. Chi ha avuto bisogno ha messo in vendita la casa al mare, la seconda casa; talvolta anche la prima. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: le aste giudiziarie di immobili figurano tra le rari voci in crescita nella vendita di spazi pubblicitari sui quotidiani.
Poi ci sono le società, industriali e finanziarie. Le banche sono state le prime a iniziare un processo di razionalizzazione della propria struttura e non hanno ancora finito. Il panorama presenta anche oggi ampie varietà di offerta, si va dal mattone alle società di gestione del risparmio, dalle società bancarie alle assicurative. Nel mondo della finanza i primi passi sono stati mossi da Federico Ghizzoni di Unicredit. Raccolta la pesante eredità di Alessandro Profumo, ha riposizionato la banca su un sentiero percorribile, cedendo senza svendere. Ha alienato la quota di Borsa Italiana nel frattempo confluita nel London Stock Exchange, come han fatto altre banche e il 9 per cento della Borsa di Mosca, una quota della banca polacca Pekao (di cui mantiene la maggioranza assoluta) e l’assicurazione turca Yapi, il 6 per cento di Fonsai e la banca posseduta in Kazakistan.
Razionalizzazione
Con le altre maggiori banche operanti in Italia (Intesa Sanpaolo, Mps, Bnl), nel dicembre scorso Unicredit ha avviato la procedura di cessione a Fondo Strategico Italiano, F2i sgr e Orizzonte sgr del 59,3 per cento di Sia, la società per l’automazione dei servizi bancari. Ghizzoni è stato il primo, pressato dagli eventi, ma il cambiamento di passo dell’intero sistema è stato dettato da Mario Greco, amministratore delegato del gruppo Generali dall’agosto 2012. In meno di un anno e mezzo, Greco ha cambiato dall’interno quel sistema di rapporti azionari, di scambi di quote, che ha legato per anni il sistema finanziario italiano. Se, all’epoca in cui venne ideata da Enrico Cuccia, la ragnatela di incroci trovava giustificazione nella debolezza dei singoli, venuta meno questa, le compartecipazioni hanno probabilmente funzionato, più recentemente, da freno. Sicuramente da alibi. Greco ha iniziato l’opera di pulizia, ha slegato i nodi, mettendo in vendita con orizzonte fine 2014, asset per complessivi 4 miliardi di euro. Ha già ceduto il 12 per cento di Banca Generali, le riassicurazioni negli Usa, le partecipazioni in Messico, l’italiana Fata, portando a casa 2,4 miliardi di euro. Resta da vendere Bsi, un istituto d’investimento (ex Banca della Svizzera Italiana), basato a Lugano e con molti interessi in Oriente. In più le Generali sono uscite da Rcs Mediagroup (società che edita questo giornale), come ha fatto Unicredit e come conta di fare anche Mediobanca.
Trasformazioni
Su un percorso di trasformazione si è mosso invece Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca: meno holding e più business (più credito, anche con Che Banca!) è l’obiettivo e così sono state poste in vendita partecipate storiche del gruppo di piazzetta Cuccia, da Gemina a Telco, a Rcs, fino alle operazioni già concluse che annoverano tutte le poltrone che, un tempo, riempivano il salotto buono della finanza italiana: Fiat, Pininfarina, Finmeccanica, Ferrari, Fondiaria, Ciments Francais, Commerzbank, Mediolanum, Capitalia (Unicredit), Intesa San Paolo. Un’onda lunga che non si esaurisce. Il recente cambio di guida al vertice di Intesa San Paolo, prima banca per numero di sportelli in Italia, lascia intuire un prossimo cambiamento di passo dentro Cà de Sass. Se l’ipotesi di messa in vendita del cospicuo parco immobiliare della banca risale ancora al tempo della gestione di Corrado Passera (si parlò anche di quotazione di Fideuram e su Eurizon le ipotesi sono state molteplici), la nomina di Carlo Messina a ceo del gruppo contribuisce a fare chiarezza: «In prospettiva – ha dichiarato Messina – la nostra visione è che la banca entrerà sempre meno nell’equity e sempre più si concentrerà sul fare credito. Il nostro obiettivo è creare valore per gli azionisti. Non parlo di logiche di potere, di salotti: non mi interessano queste cose. Quello che potremo valorizzare guadagnando, lo valorizzeremo». Il passaggio dalle parole ai fatti è stato immediato, con la messa in vendita della quota nelle Generali («il cuore di tutte le partecipazioni simboliche del Paese»). La lista delle offerte speciali è lunghissima, gli intermediari si sfregano le mani e fanno affari d’oro. C’è chi vende per urgente necessità come la Fondazione Mps e chi per cambiare volto alla propria società. Chi spinto dalle casse vuote (lo Stato) e chi dalle imbarazzanti eredità del passato (Carige). Tutti più piccoli, nella speranza di poter ancora essere, tutti, più competitivi.

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