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Vendite da panico, Borse in blackout

di Morya Longo

Forse, più di un guasto tecnico, è stata la Provvidenza. Nella nona giornata di fila in cui le Borse di tutta Europa crollano senza alcun argine, mandando in fumo 173 miliardi di euro di capitalizzazione, cinque listini europei sono finiti in blocco tecnico: Piazza Affari è andata in tilt nell'ultima mezz'ora, con gli indici che non riuscivano più ad aggiornarsi, mentre i listini di Parigi, Bruxelles, Lisbona e Amsterdam si sono fermati per circa un'ora a causa di malfunzionamenti dei computer della casa-madre Nyse-Euronext. Il flusso di vendite ha intasato i cervelloni elettronici o i cavi su cui si trasmettono i dati, creando il blackout.

Ma il blocco (o la Provvidenza che sia) non ha cambiato la sostanza della giornata: nera era, nera è rimasta. La Borsa di Milano ha perso il 5,16%, portando al 17,12% il ribasso delle ultime nove sedute. Londra ha ceduto il 3,43%, Parigi il 3,90%, Francoforte il 3,40%, Madrid il 3,89%. In nove giorni in Europa sono stati bruciati circa 500 miliardi di euro in Borsa: cifra più o meno paragonabile al Pil di un Paese come l'Austria. E non è andata meglio a New York, con Wall Street in ribasso del 4,78%. Le banche centrali cercano di intervenire (nella notte è stata quella del Giappone a scendere in campo per sostenere lo yen), ma nulla cambia: la sfiducia è globale.

Sicurezza cercasi

Appare ormai evidente che il fantomatico attacco della speculazione (che in realtà è un puro attacco di panico) non è più concentrato sull'Italia, non è più diretto sulle banche. È sull'intera Europa e, ormai, anche sugli Stati Uniti. Gli investitori fuggono da ciò che ritengono rischioso: le azioni e i titoli di Stato dei Paesi ritenuti più deboli in primis. E acquistano ciò che considerano sicuro o, quantomeno, meno rischioso. È per questo che il prezzo dell'oro (bene rifugio per antonomasia) è salito ieri al nuovo record storico di 1.681 dollari per poi ritracciare un po'.

È per questo che gli acquisti si direzionano anche sui titoli di Stato americani, che mantengono l'appeal del "porto sicuro" nonostante il gigantesco indebitamento degli Stati Uniti: proprio ieri i rendimenti biennali hanno toccato il minimo storico (0,27%). I titoli di Stato Usa con scadenze brevissime, di un mese o tre mesi, per qualche istante sono addirittura scesi sotto zero: praticamente chi li acquistava invece di ottenere un tasso di interesse, lo pagava. Paradosso del panico: gli investitori preferiscono perdere soldi, pur di parcheggiarli in un posto sicuro. Scene che non si vedevano dai tempi del crack di Lehman Brothers. E che si ripetono sul Bund tedesco, oppure su titoli di Paesi come il Canada o l'Australia.

Le cause della debacle

Le ragioni sono quelle evidenziate da settimane. Ieri non è accaduto nulla di particolare. Gli Stati sono oberati da giganteschi debiti pubblici: non solo l'Italia (con il suo fardello di oltre 1.800 miliardi di euro), ma anche gli Stati Uniti e molti altri Paesi. Per smaltire questo fardello, c'è solo una strada: la crescita economica. È questa l'unica vera medicina. Purtroppo il mondo va nella direzione opposta: tutti i dati congiunturali dimostrano infatti che l'economia americana rallenta inesorabilmente, al pari di quella europea. Ormai gli investitori sono convinti che gli Stati Uniti siano diretti verso la stagnazione e che l'Europa gli vada dietro. Notizia sempre negativa, ma oggi resa ancora più funesta per il fatto che senza crescita economica la gestione dei debiti pubblici diventa proibitiva. Per capirci: gli Stati si trovano in una palude paragonabile a quella in cui si troverebbe una famiglia costretta a onorare rate crescenti del mutuo con stipendi in riduzione.

In questo contesto ci si mette la politica a peggiorare la situazione. In America i mercati sono rimasti con il fiato sospeso per giorni, perché Democratici e Repubblicani non si mettevano d'accordo sull'innalzamento del tetto massimo del debito pubblico. Gli Stati Uniti hanno rischiato il default per una bagarre politico-elettorale. In Europa è ancora peggio. Lo dimostra la giornata di ieri. I mercati hanno innanzitutto mal digerito le parole del presidente della Commissione europea, José Barroso, secondo il quale le misure per il salvataggio della Grecia e dell'Europa prese lo scorso 21 luglio dai capi di Stato «non stanno avendo l'effetto atteso». Barroso ha dunque suggerito di rafforzare il fondo salva-Stati più in fretta di quanto previsto. Peccato che la Germania abbia subito contestato queste dichiarazioni, confermando per l'ennesima volta che l'Europa parla con mille voci diverse. Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha poi aggiunto incertezza all'incertezza (si veda pagina 2), mantenendo troppa ambiguità sulla politica monetaria.

Le conseguenze sui mercati

Ovvio che gli investitori vendano: non è solo speculazione, è sfiducia. Ormai vendono tutto. Continuano a crollare le banche, certo: l'indice europeo del settore ieri ha perso il 5,46%. In pesante ribasso non ci sono state solo le italiane Intesa Sanpaolo (-10,35%) o UniCredit (-9,33%), ma anche la tedesca Commerzbank (-6,14%), l'inglese Lloyds (-10,19%) o la svizzera Credit Suisse (-6,05%). Ora precipitano anche le società attive nel settore delle materie prime (-5,46% medio europeo) e quelle petrolifere (-4,18%), penalizzate dal rallentamento economico. E piombano anche le società tecnologiche (-4,18% in Europa) e tante altre. Ormai i mercati non guardano più i bilanci delle singole aziende: da settimane vendono tutto ciò che puzza d'Europa. Ora iniziano a vendere, in Borsa, anche ciò che puzza d'America. Gli investitori chiedono aiuto alla politica, ma la politica litiga. E si prepara alle vacanze.

 

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