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Vendita immobili, tagli, acconti Irpef e accise

ROMA — Si tenta una manovratampone da mettere in campo entro la settimana per riportare il deficit-Pil entro il 3 per cento nominale, trovare le risorse per scongiurare l’aumento dell’Iva e finanziare le missioni militari. Sono queste le tre emergenze, in ordine di importanza, sul tavolo del governo che ha messo sotto pressione i tecnici per trovare una soluzione al quadro dei conti pubblici e alla spinosa questione delle tasse. Le risorse ipotizzate verranno dalla vendita degli immobili, dai tagli ai ministeri, dall’aumento degli acconti Irpef e dalle accise.
Dopo la minaccia di dimissioni del ministro dell’Economia Saccomanni e l’operazione trasparenza effettuata posizionando il deficit al 3,1 per cento del Pil, il dossier conti pubblici è stato riaperto. Da parte del Pd e del Pdl è giunta la richiesta della convocazione della cosiddetta «cabina di regia», mentre il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta ha annunciato che la «priorità » per il governo è quella di «mettere in sicurezza i conti pubblici riportandoli subito sotto la soglia del 3 per cento».
La manovra di aggiustamento costa da sola 1,6 miliardi e la riapertura del dossier darebbe la possibilità di intervenire anche sull’Iva (1 miliardo) ed erogare le risorse per le missioni militari (400 milioni). In tutto 3 miliardi che verrebbero recuperati con un mini intervento di vendita degli immobili pubblici (1 miliardo), un taglio alla spesa dei ministeri, un ulteriore aumento dell’acconto Irpef e Ires e qualche ritocco alle accise. Resterebbero fuori le risorse per la sterilizzazione della seconda rata Imu, per 2,3 miliardi: ma la questione, anche per avere più tempo a disposizione, sarà affrontata a novembre a ridosso della scadenza prevista per il 16 dicembre.
In attesa della legge di Stabilità che il prossimo anno dovrà fare i conti con cifre ben più alte, si parla di 20 miliardi, il governo è così orientato ad andare avanti a piccoli passi cercando di raschiare il fondo del barile. Mentre Pd recrimina sulla troppo costosa cancellazione totale dell’Imu prima casa (tranne che per 50 mila case di lusso) che ora impedisce di trovare risorse per la sterilizzazione dell’Iva, il Pdl non vuol sentir parlare di nuove tasse. Ora si tratta anche se l’ipotesi di aumento dell’Iva non può essere accantonata del tutto: la stessa «nota di aggiornamento« del Def, presentata nei giorni scorsi, trattandosi di una legge in vigore, la considera il rincaro dell’imposta sui consumi nelle sue proiezioni. L’effetto sul «deflatore dei consumi», in pratica l’inflazione, sarebbe di 0,6 punti: si passerebbe infatti dall’1,5 per cento di quest’anno al 2,1 del prossimo.
Del resto sul tavolo, a far pressione per la sterilizzazione e gli altri interventi, ci sono le proposte di «copertura» di Brunetta (capogruppo Pdl alla Camera): sebbene siano state bollate ieri da Beppe Grillo «pasta e fagioli», stanno agli atti e ben visibili a Saccomanni: suggeriscono la rivalutazione del capitale della Banca d’Italia e una manovraponte sul pagamento dei debiti della pubblica amministrazione per spostarli dal deficit al debito.
Sembra invece chiusa, almeno per quest’anno, l’ipotesi di poter contare sulla caduta dello spread: nella nota al Def infatti è stato ribadito che la spesa per interessi è di 83,9 miliardi (già stimata così ad aprile da Monti-Grilli) e dunque non ci sono margini. La situazione cambierà nel 2014 quando il risparmio potrà già arrivare a 3 miliardi. Si vedrà nella legge di Stabilità.

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