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Vendere sottocosto non è evasione

La vendita di beni a prezzo inferiore al costo di acquisto da parte di un’impresa in una situazione prefallimentare non configura una condotta antieconomica e pertanto la rettifica di maggiori operazioni imponibili deve ritenersi illegittima. A fornire questa precisazione è la Cassazione, con la sentenza 16695/13 depositata ieri, che appare particolarmente importante. Sia per la sovente abitudine dell’amministrazione finanziaria di contestare l’antieconomicità della condotta aziendale, e quindi maggiori ricavi asseritamente occultati e sia perché, in un periodo come quello attuale di crisi finanziaria, vi sono imprese costrette a vendere beni anche a prezzi bassi.
La vicenda trae origine dalla rettifica di maggiore Iva nei confronti di una società dichiarata fallita.
In particolare, l’agenzia delle Entrate riteneva sussistente in via presuntiva maggiori corrispettivi percepiti dalla società, in quanto la vendita di alcuni prodotti era avvenuta a prezzi inferiori al costo di produzione
L’impresa proponeva ricorso alla Ctp (Commissione tributaria provinciale), che l’accoglieva parzialmente riducendo il maggiore volume di affari accertato dall’ufficio. La Commissione regionale (Ctr), cui si appellava l’ufficio, confermava invece la tesi erariale e quindi la sussistenza di maggiori operazioni imponibili non dichiarate.
La società ricorreva allora per cassazione lamentando, in sintesi, la violazione della norma applicata dall’agenzia delle Entrate a sostegno della rettifica Iva (articolo 54, comma 2 del Dpr 633/72), in quanto la Ctr aveva ritenuto legittimo l’accertamento dell’ufficio basandosi su una sola presunzione (l’asserita vendita sotto costo) e non sulla base di una pluralità di elementi idonei a configurare la gravità, precisione e concordanza previste dalla predetta norma.
In base all’articolo 54 del Dpr 633/72, infatti, al fine di procedere alla rettifica della dichiarazione Iva, le omissioni, false o inesatte indicazioni possono essere anche indirettamente desunte sulla base di presunzioni semplici purchè gravi, precise e concordanti.
La società lamentava, inoltre, che il giudice di secondo grado non avesse in alcun modo considerato che l’antieconomicità dell’attività svolta trovava giustificazione nella crisi dell’impresa che aveva poi generato il fallimento
La Cassazione ha accolto il ricorso.
I giudici di legittimità, in particolare, hanno evidenziato che nella specie occorreva considerare che il prezzo che si può ricavare dalla vendita di un bene quando esso è immesso sul mercato da un’impresa in attività, è differente dal prezzo dello stesso bene in ipotesi di vendita fallimentare.
Inoltre, in tema di accertamento dell’Iva – sempre ai sensi dell’articolo 54, comma 2 del Dpr 633/72 – per presumere l’esistenza di ricavi superiori rispetto a quelli contabilizzati non bastano semplici indizi ma occorrono circostanze gravi, precise e concordanti, che nella specie evidentemente non sussistevano.
Da qui l’accoglimento del ricorso del contribuente.
La sentenza appare interessante perché ormai è prassi frequente dell’amministrazione finanziaria (e il caso oggetto del procedimento ne è una conferma) contestare l’antieconomicità della condotta aziendale e conseguentemente presumere maggiori ricavi ritenuti occultati, in presenza di flessioni di ricavi o di perdite.
In altre parole, secondo molti verificatori, non è ammissibile che un’azienda sia in perdita o venda beni inferiori al valore di acquisto, perché sarebbe irrazionale in un’ottica di sana gestione economica.
È evidente che, se tali tesi fossero sempre vere, si ignorerebbe l’attuale crisi finanziaria e le oggettive difficoltà di molte aziende.
Nel caso oggetto della pronuncia si trattava, addirittura, di un’azienda prossima al fallimento: non tollerare in queste ipotesi una vendita sottocosto, appare obiettivamente avulso dalla realtà ed infatti la Suprema corte è opportunamente intervenuta censurando la pretesa dell’agenzia delle Entrate.
Sarebbe tuttavia il caso di valutare – in questo determinato periodo economico – se non sia opportuno emanare direttive ai verificatori affinchè siano più prudenti nel considerare antieconomiche, e quindi evasive, condotte aziendali che spesso sono del tutto normali in una situazione di particolare crisi.

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