Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

“Vendere senza svendere le sofferenze bancarie E Intesa non ha intenzione di comprare il Monte”

Gian Maria Gros-Pietro in queste ore sente il peso della responsabilità di presidente di Intesa Sanpaolo, la maggiore e più solida banca italiana. Nel travaglio del sistema creditizio nazionale, molti vorrebbero che l’istituto aprisse i forzieri per salvare Mps e la crescente schiera dei bisognosi: Vicenza, Veneto banca, le good bank, Carige e chissà. Tocca all’esperto economista torinese successore di Giovanni Bazoli – «un uomo che ha sempre saputo guardare lontano», dice – il ruolo di tessitore tra azionisti, vigilanza e autorità, nel segno della nuova governance “monistica” dell’istituto, che incorpora nel cda le funzioni di controllo interno.
Intesa Sanpaolo perde in Borsa circa il 50% da gennaio, in parte nel timore che debba svenarsi per salvare altre banche.
Che ruolo avrete?
«I ribassi del 2016 sono frutto della volatilità elevatissima dei mercati. Nella mia formazione di economista guardo ai movimenti in ottica più ampia: e vedo che il ruolo delle banche deve cambiare. La funzione tradizionale in Europa è finanziare l’economia produttiva: in particolare in Italia, dove le banche rappresentano il 60% del passivo delle imprese, mentre negli Usa è il 20%. In un’economia di mercato evoluta questa funzione va svolta da fonti diverse: il finanziamento delle imprese a lungo termine non può incardinarsi sui depositi, che per i depositanti sono invece disponibili a vista. Quindi il ruolo di una banca come la nostra deve essere anche facilitare lo sviluppo di intermediari che raccolgano e reimpieghino i fondi, interponendo nuovi canali tra prenditori e risparmiatori».
Di tale disintermediazione si parla dalla crisi del 2011, ma i dati più recenti dicono che il sistema Abi resta padrone della raccolta e degli impieghi. Come passare dalle parole ai fatti?
«Con la perdita del 25% della produzione industriale e del 10% del Pil, le imprese italiane sono state molto penalizzate, specie quelle che “riposavano” sulla domanda interna. E’ qui che s’è creata la gran massa di crediti in sofferenza. Oggi bisogna liberare i bilanci bancari da queste sofferenze. Ma non possiamo farlo semplicemente con accantonamenti e svalutazioni, che tra l’altro generano rilevanti perdite nei bilanci, se poi arrivano altre imprese che faticano a rimborsare. La strada è aumentarne la competitività e accompagnarle sui mercati internazionali. Noi di Intesa Sanpaolo sappiamo come fare: finanziando l’innovazione, le start up, lo sviluppo della digital economy. L’industria italiana è particolarmente rapida quando capisce cosa va fatto. E qui arriviamo alle sofferenze: l’idea di una specie di taglio netto, con vendita ai cosiddetti fondi avvoltoio per tirare una riga, sarebbe un errore. Dietro ogni sofferenza c’è un’impresa: se svaluto un credito dal 50% al 20% del totale chi poi lo compra pensa che l’azienda sottostante sia spacciata. Non a caso li chiamano “fondi avvoltoio”: arrivano, fanno decreti ingiuntivi, vendono i macchinari, intanto attorno scompaiono posti di lavoro, tasse, indotto. Alle imprese italiane non serve questo, ma tempo per risanarsi. Questa è la funzione per cui abbiamo contribuito a creare il fondo Atlante: prendere le sofferenze, gestirle e consentire alle imprese di tornare a crescere».
Atlante però ha utilizzato 2,5 miliardi per salvare Veneto Banca e Vicenza, e ora ha in dote solo 1,7 miliardi per comprare sofferenze: va potenziato. Metterete altri soldi?
«Atlante è la soluzione modello e va sviluppato, avviando veicoli che investano ciascuno in una categoria di crediti tra loro omogenei: così aumenteranno di valore e saranno più attraenti per gli investitori specializzati. Faccio un esempio: le sofferenze italiane sui mutui immobiliari non sono come quelle di altri Paesi, perché qui in media si presta circa il 50% del valore del bene, (in Gran Bretagna siamo al 100% e oltre), e le garanzie sono di buona qualità. Separare i crediti in tranche omogenee e cartolarizzarli li renderà trasparenti e valutabili, così il mercato li pagherà di più. Per fare questo Atlante andrà certamente potenziato con i fondi di nuovi investitori. Quanto a Intesa Sanpaolo, vi ha investito 845 milioni e non contribuirà con nuove risorse».
Si parla molto del dossier Mps oggi. Siete potenziali compratori?
«Questa banca si chiama “Intesa” perché ha contribuito alla lunga storia del credito nazionale assorbendo diversi marchi e realtà. Crediamo di avere esaurito il nostro contributo al consolidamento, e di essere rappresentati nel Paese in misura più che adeguata. Facendo un’altra acquisizione avremmo problemi di antitrust e ridondanze di personale, mentre invece Intesa Sanpaolo ha nella valorizzazione del capitale umano un punto di forza del piano strategico. Il consolidamento avverrà comunque: una fusione è già in corso, altre verranno con mezzi e managerialità nuove dando vita a operatori più competitivi e senza sconquassi. Anche a Siena, dove se la massa di sofferenze sarà ben gestita emergerà un deficit di capitale affrontabile. A parte Mps non vedo in Italia situazioni significative di carenza di capitale. Quel che più serve mi pare un argine sulla liquidità, e mi sembra che con le misure della Bce e lo scudo di garanzie statali da 150 miliardi i risparmiatori possano stare tranquilli».
Come valuta l’ipotesi di un intervento statale nel capitale di Mps?
«Come principio non ho nulla in contrario all’intervento dello Stato, ma a fronte di un rilancio industriale effettivo della banca, cui concorrano azionisti e management. Come per esempio facemmo ristrutturando Finmeccanica nella liquidazione dell’Iri (Gros-Pietro fu presidente della holding statale tra il 1997 e il 1999, ndr) ».
Qual è il bilancio dei primi tre mesi di governo “monistico” di Intesa Sanpaolo?
«Sono molto soddisfatto del funzionamento di questo cda, che è pieno di talenti ma riesce a praticare il gioco di squadra perché tutti i consiglieri hanno la dedizione per far emergere il meglio dalle discussioni interne».
La mancanza di consiglieri esteri tra i 19 non sarà un freno alla crescita europea cui ambite?
«Intanto noto che ci sono professionisti italiani con vasta esperienza internazionale, compresi il sottoscritto e il vice presidente Paolo Colombo. Inoltre, questo cda non deve considerarsi un punto di arrivo, ma di partenza della nostra governance. Siamo una grande banca italiana, una delle più capitalizzate in Europa. Abbiamo una forte e riconosciuta predilezione per la gestione del risparmio, e in tale attività vogliamo crescere all’estero, se ci saranno opportunità non diluitive per i soci. Ma attenzione: quel che succede in Europa oggi non era pensabile dieci anni fa. Il continente evolve verso nuovi assetti, molto più complessi e sfidanti soprattutto per chi opera nei sistemi bancari. E per noi, gestori di un’azienda chiamata a fare profitti tutelando i risparmi, sarebbe molto rischioso non tenere conto del nuovo contesto».

Andrea Greco

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Forte crescita dell’attività di private equity nei primi due mesi dell’anno. Secondo il dodices...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Goldman Sachs ha riavviato il suo trading desk di criptovalute e inizierà a trattare futures su bit...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Era stata valutata 10,65 miliardi di dollari soltanto a settembre. Ma grazie all'ultimo round ...

Oggi sulla stampa