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Veleni e sospetti sul referendum

ROMA Varata la manovra, che impediva soluzioni traumatiche e colpi di testa, è cominciato un risiko complicatissimo, dove ognuno combatte con armi, talvolta non convenzionali, ma nessuno sa quando si andrà allo scontro finale, ovvero il voto. Si intrecciano diversi fronti, dalla raccolta di firme per il referendum sul taglio dei parlamentari alla nuova legge elettorale, fino ai cambi di casacca.

Le 64 firme necessarie per il referendum sono state raggiunte. Ma nel frattempo è partita una ridda di voci che parla di lusinghe e profferte ai senatori perché ritirino la firma. Tra i più citati c’è Massimo Mallegni, di Forza Italia, che risponde modello sfinge: «Non dico nulla». Ma smentisce? «Non smentisco e non confermo, anzi non ho proprio risposto». Ma se stiamo parlando? «Solo perché l’ho richiamata». Vaghezza che fa capire come siano in corso trattative. Alle 19 di ieri, le 64 firme erano nelle mani del funzionario del Senato preposto e nessuno le aveva ritirate.

Il duello

Le voci sugli interventi contrapposti della Lega e della maggioranza sui sottoscrittori

Perché indire il referendum? Per ragioni ideali, innanzitutto, di chi pensa che sia solo un tributo alla demagogia antispreco. Ma anche per ragioni tattiche. Perché rimandare l’entrata in vigore del taglio da 945 a 600 senatori potrebbe accelerare il voto anticipato. Per questo la Lega avrebbe fatto pressione su Forza Italia per avere le firme. Anche se Matteo Salvini smentisce: «Voteremo per la quinta volta per il taglio». Il collega Gian Marco Centinaio, invece, si dice «perplesso». Silvio Berlusconi commenta: «Non mi sembra che Salvini abbia le idee chiare». Luigi Di Maio è tranquillo: «Nessun problema, non vediamo l’ora di fare campagna. Anche se i 64 promotori avrebbero potuto raccogliere le 500 mila firme». In scia Riccardo Fraccaro: «Il voto non ci preoccupa». Sulla legge elettorale, invece, è stallo. Ieri ci sono stati incontri con le opposizioni ma senza passi avanti. Nei prossimi giorni ci sarà un nuovo vertice, poi, annuncia Giuseppe Brescia (M5S), a gennaio si porterà un testo in commissione. In gioco un proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento, il sistema spagnolo (con soglia «naturale» più alta) o un Rosatellum corretto, senza collegi uninominali e soglia al 3%. Quest’ultimo potrebbe essere il punto di caduta. Perché non dispiace a nessuno e soprattutto ai piccoli, da FdI a Iv a Leu, che avrebbero chance di entrare in Parlamento. Ma c’è tempo. Accelerare troppo vorrebbe dire rischiare di provocare il voto. Bloccarsi vorrebbe dire andare a votare, se la situazione precipitasse, con l’attuale Rosatellum, che premierebbe la Lega. Quindi si opta per una situazione intermedia: testo base in arrivo, lentamente, per tenersi pronti a un accordo in caso di crisi.

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