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Vecchi immobili ancora senza garanzie antirumore

A distanza di oltre vent’anni dalla legge sull’inquinamento acustico, il quadro normativo antirumore è ancora incompleto. Ma non mancano Regioni e persino singoli Comuni, che in assenza di regole nazionali, hanno varato leggi che rendono di fatto obbligatoria la certificazione acustica dell’edificio in caso di compravendita o di locazione.
La legge 447/1995, con l’articolo 3 comma 1, lettera a) ha previsto la determinazione dei requisiti acustici passivi degli edifici attraverso un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, poi approvato nel 1997. La stessa legge prevedeva anche un secondo decreto che avrebbe fornito l’indicazione dei criteri per la progettazione, l’esecuzione e la ristrutturazione delle costruzioni edilizie ai fini della tutela dall’inquinamento acustico. Questo secondo provvedimento non è stato mai promulgato (e difficilmente lo sarà) per evidenti limiti tecnici operativi a formulare queste prescrizioni in modo standard.
Ciò nonostante il Dpcm 5 dicembre 1997 è considerato, e numerose sentenze lo confermano, pienamente cogente e a livello regionale non vi sono indicazioni di tipo costruttivo.
Finora c’è solo un tentativo del Comune di Bologna, che nel suo regolamento edilizio in vigore dal 2008, propone alcune soluzioni di stratigrafie standard che dovrebbero garantire il rispetto dei limiti (ma il condizionale è d’obbligo poiché la tecnica di calcolo, in realtà, è molto complessa e cambia da caso a caso per cui è difficile fornire indicazioni standard).
I valori limite
Nel decreto sono contenuti limiti differenziati per tipologia di costruzione: dalle residenze all’albergo, dalla scuola all’ospedale, dall’ufficio al negozio. Fanno eccezione gli edifici a destinazione esclusivamente produttiva (ma se in un capannone produttivo vi è anche solo un ufficio, quel vano è soggetto ai limiti di legge).
I valori contenuti nel Dpcm sono da applicarsi sia sugli edifici con autorizzazione concessa a partire dalla entrata in vigore del decreto (nel febbraio 1998) che sugli edifici oggetto di ristrutturazione, come ben specificato dal Consiglio superiore dei lavori pubblici durante l’adunanza del 26 giugno 2014. Il Consiglio ha ribadito che le disposizioni del Dpcm «devono essere applicate anche in caso di ristrutturazioni di edifici esistenti che prevedano il rifacimento anche parziale di impianti tecnologici e/o di partizioni orizzontali o verticali (solai, coperture, pareti divisorie, ecc.) e/o delle chiusure esterne dell’edificio (esclusa la sola tinteggiatura delle facciate), oppure la suddivisione di unità immobiliari interne all’edificio».
Anche il ministero dell’Ambiente si è espresso in questo senso (circolare prot. n. 3632/Siar/98 del 1° settembre 1998).
Le norme regionali
Anche a livello regionale sette Regioni si sono espresse: Calabria, Marche, Sardegna, Lombardia, Umbria, Friuli Venezia Giulia e Puglia. In Sardegna, Lombardia e Friuli si precisa che il progetto deve essere redatto da un «tecnico in acustica» ai sensi della legge 447/95; in Sardegna e Lombardia, oltre a Umbria e Puglia, si specifica che il decreto del 1997 si applica anche alle ristrutturazioni (questa è una precisazione ridondante).
Solo in Calabria e nelle Marche, oltre a quanto specificato in tutte le altre Regioni, si prevede anche l’obbligatorietà del certificato acustico che attesti i valori di isolamento in opera (come prevede il Dpcm 5 dicembre 1997) da allegare all’atto di acquisto o al contratto di locazione.
In più, la certificazione acustica ottenuta mediante collaudo in opera deve essere ripetuta ogni 10 anni in caso di locazione o di rivendita.
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