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Vasella, Winterkorn e Dimon l’austerity (d’oro) dei manager

La busta paga, soprattutto ai piani più alti, è fatta anche di reputazione. Tanto che ora i soldi, in alcuni casi, fanno qualche passo indietro a vantaggio dell’«immagine» di chi li incassa (o delle aziende che li versano). Così gli stipendi milionari dei top manager perdono qualche milione per strada; e contemporaneamente si placano le proteste, che siano negli uffici, alle assemblee dei soci o per strada tra la gente comune.
L’ultimo caso, forse il più eclatante e consistente, è quello del presidente uscente di Novartis, Daniel Vasella, che insieme al gruppo svizzero ha azzerato il proprio bonus (di non concorrenza) da 60 milioni di euro. «Riteniamo che la decisione di cancellarlo risponda alle preoccupazioni degli azionisti e degli altri stakeholder» ha spiegato la società. E, Novartis a parte, presto tutta la Svizzera — dalla Ginevra di Giovanni Calvino alla Zurigo delle grandi banche — voterà sul capitolo dei maxi compensi. Il 3 marzo un referendum chiederà agli elvetici se vogliono dare agli azionisti più potere decisionale sugli stipendi dei vertici aziendali. Con l’abolizione dei «paracaduti d’oro» per i manager licenziati.
Valicando il Reno, e salendo in Germania, ecco il caso della Volkswagen, pronta a mettere un tetto ai compensi del consiglio di amministrazione. Lo ha scritto il quotidiano economico «Handelsblatt»: l’iniziativa sarebbe destinata in particolare a frenare la retribuzione del presidente del consiglio di gestione della casa di Wolfsburg, Martin Winterkorn, che non dovrebbe percepire più di 14 milioni di euro, dopo i 17 milioni dell’anno scorso. Certo, 14 milioni sono sempre tantissimi, soprattutto in questi anni di crisi. Che, però, sembra non toccare la casa di Wolfsburg: le prime indiscrezioni, in attesa del bilancio, parlano di un utile 2012 — al netto delle tasse — sopra i 22 miliardi di euro.
Qualche settimana fa, invece, a usare la forbice nell’ufficio più importante era stata la banca americana JPMorgan: il compenso del presidente e amministratore delegato Jamie Dimon è stato più che dimezzato, precipitando del 53% ma pur sempre atterrando all’invidiabile livello di 11,4 milioni di dollari. Inoltre, Dimon — che l’anno scorso è stato il manager-banchiere più pagato — dovrà aspettare 18 mesi per poter esercitare due milioni di opzioni che gli erano state assegnate cinque anni fa. Dietro la mossa della banca ci sono le perdite per le scommesse sui derivati — sbagliate e aggressive — della sede di Londra. Per questa vicenda — nota come il caso della «balena di Londra» — alcuni soci della banca stanno chiedendo a Dimon di lasciare una delle sue due poltrone, quella di presidente.
E nella girandola dei «maxi stipendi un po’ meno maxi di prima» entra in gioco — indirettamente — anche la regina d’Inghilterra. Che l’anno scorso ha annullato il cavalierato concesso nel 2004 all’allora numero uno di Royal Bank of Scotland, Fred Goodwin. Nel 2008 — quattro anni dopo l’illustre nomina e quattro anni prima della sua cancellazione — la crisi ha travolto la Rbs di Goodwin che è stata sostanzialmente nazionalizzata. Con il Tesoro è entrato in Rbs il nuovo amministratore delegato, Stephen Hester, che l’anno scorso ha rinunciato a un milione di sterline di bonus. E, pochi giorni fa, la banca ha stabilito che almeno tre quarti dei 612 milioni di dollari — da versare ai regolatori e alle autorità americane e britanniche per lo scandalo Libor — sarà ritagliato dai bonus passati e futuri. Con la benedizione del primo azionista, il Tesoro di Sua Maestà.

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