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Varata la banca dei Brics, investirà per lo sviluppo

Alla fine ci sono riusciti. La New Development Bank, la banca di sviluppo dei Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) è stata ufficialmente varata ieri al sesto vertice dei cinque Paesi emergenti, che si tiene in questi giorni a Fortaleza, nel Brasile nordorientale. Partirà operativamente nel 2016. Avrà sede a Shanghai che l’ha spuntata su New Delhi dopo una lunga trattativa finita a tarda sera. All’India è andata in cambio la prima presidenza, per cinque anni, a cui avrebbe aspirato anche il Brasile, costretto a cedere pur di concludere l’accordo. La banca sarà accompagnata da un fondo di riserva contro le crisi valutarie.
Sulla carta, lo strumento sembra relativamente importante per le relazioni economiche “Sud-Sud”. A regime, dopo dieci anni, potrebbe aver investito – secondo le stime di Stefany Griffith-Jones elaborate per l’Unctad – una media di circa 34 miliardi di dollari l’anno (contro i 61 miliardi della Banca mondiale) in progetti infrastrutturali a favore di Paesi emergenti e in via di sviluppo, senza contare l’eventuale apporto dei partner privati. Ai primi passi, l’impatto sarà limitato a 3,4 miliardi l’anno.
La sfida, più che economica, è però tutta politica. È inciampata quindi in mille difficoltà prima della sua nascita e ancora potrà incontrarne. La banca sarà costruita sul modello della Bei, la Banca europea degli investimenti, anche se piace molto il parallelo con la Banca mondiale, di cui vuole essere il concorrente del “Sud del mondo”. Avrà un capitale iniziale, versato inizialmente per il solo 20%, di 50 miliardi, che dovrebbe essere sottoscritto – ma il tema è ancora aperto – in parti uguali dai cinque sottoscrittori-fondatori. Sarà possibile in un secondo momento la partecipazione di altri Paesi. L’inizio delle attività nel 2016 – una volta approvati i trattati dai legislatori nazionali – dovrebbe coincidere con l’avvio dell’Asian Infrastructure Development Bank, un altro progetto a guida cinese che avrà anch’esso un capitale di 50 miliardi di dollari.
Al fianco della banca nascerà un fondo di garanzia contro le crisi valutarie. Avrà una dimensione da 100 miliardi di dollari, dei quali 41 sottoscritti dalla Cina, 5 dal Sudafrica e 18 da ciascuno degli altri Paesi. Le risorse saranno gestite in realtà nelle banche centrali nazionali, ma potranno essere trasferite da un’autorità monetaria all’altra in caso di interventi sui cambi.
Il senso politico dell’operazione è chiaro. «Potranno dire: “guardate, abbiamo un’alternativa”. È una cosa che dà molta leva politica», ha spiegato alla Bloomberg Kevin Gallagher della Boston University. «Le misure sono soprattutto simboliche, disegnate per mostrare che hanno strumenti alternativi al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale», ha aggiunto Domenico Lombardi del Centre for International Governance Innovation di Waterloo, Canada.
Difficile che possa essere molto di più. I Brics, come insieme, nascono in una ricerca di un’economista, Jim O’Neill di Goldman Sachs, come acronimo per indicare i paesi emergenti più grandi e più promettenti nell’ottica degli investitori finanziari. Su questa base puramente analitica i quattro paesi – all’inizio il Sudafrica non era incluso – hanno tentato una convergenza politica. Nessuna considerazione geoeconomica è dunque alla base di questo gruppo di Paesi che non è solo molto differenziato al suo interno, ma nasconde anche molti potenziali motivi di frizione se non di conflitto.
Le aree di influenza di Russia, Cina e India – tre grandi potenze che insistono in un’unica, ampia area continentale – si sovrappongono e in passato non sono mancate tensioni anche militari. Una maggiore interdipendenza, in queste circostanze, potrebbe anche peggiorare le cose, e non a caso la nascita della banca è stata accompagnata da mille difficoltà e mille sospetti reciproci. Brasile e Sudafrica, intanto, tentano ciascuno di giocare un analogo ruolo di leadership sul proprio continente, ma con potenzialità e difficoltà molto diverse.
Solo una vaga opposizione al “mondo occidentale” sembra tener insieme i cinque Paesi: non è forse un caso che l’accelerazione alla creazione di banca e fondo sia venuta in coincidenza con le tensioni finanziarie generate l’anno scorso dall’annuncio del tapering (la riduzione degli acquisti di titoli di stato) della Federal reserve, che ha avuto ripercussioni ovunque; e con la crisi ucraina che ha visto un progressivo isolamento della Russia. Il bisogno della Cina di una maschera internazionale ai suoi investimenti all’estero – che recentemente hanno creato molte tensioni nazionalistiche in Africa – ha facilitato l’avvio del doppio progetto.
La Banca si affiancherà alle molte altre iniziative regionali o multilaterali destinate a colmare il deficit di risorse necessarie per gli investimenti infrastrutturali. Attualmente sono destinati a questi interventi circa 800-900 miliardi di dollari l’anno, e ne occorrerebbero 1.000-1.400 – a seconda delle stime – in più. Il contributo della banca dei Brics sarà quindi minimo, davvero simbolico, ma solo in senso assoluto: oggi i finanziamenti “Sud-Sud”, tra paesi emergenti e in via di sviluppo, sono soltanto 20 miliardi di dollari. In questo senso la nuova iniziativa lanciata a Fortaleza, come quella asiatica, potranno svolgere un ruolo comunque importante. Se non altro nell’aprire nuove strade nella cooperazione economica tra i Paesi meno ricchi.

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