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Valzer nell’editoria americana nuovo scossone di Usa Today

Usa Today vuole aggregare a sé due testate storiche della stampa americana. Il primo e unico “giornale nazionale” degli Stati Uniti (Usa Today non ha radici in un mercato metropolitano) lancia un’offerta per i due quotidiani più importanti della West Coast e del Midwest: Los Angeles Times e Chicago Tribune. L’annuncio avviene al culmine di un’ondata di fusioni e acquisizioni nella carta stampata, un settore che si è improvvisamente rimesso in movimento suscitando appetiti di ogni sorta. Ma anche in una logica di aggregazione e riduzione delle aziende editoriali in campo, ai fini di ridurre i costi.
L’offerta lanciata dall’editore di Usa Today, la public company Gannett, ha un valore totale di 815 milioni di dollari così suddiviso: 400 milioni di esborso netto, il rimanente sotto forma di assunzione dei debiti. La preda, in questa che vorrebbe essere un’operazione amichevole, è l’editrice Tribune Publishing. Per avere un’idea delle dimensioni di questi gruppi, Gannett con Usa Today e una miriade di altre testate è di gran lunga il numero uno con una quota del 12% del mercato nazionale della carta stampata, e un fatturato di 2,9 miliardi. Gannett vale il doppio della News Corp. di Rupert Murdoch, proprietaria fra l’altro del Wall Street Journal. L’editrice Tribune, oggetto della proposta di Gannett, ha un fatturato di 1,67 miliardi e il 5% di quota di mercato, cioè un peso equivalente al New York Times. Il gruppo Hearst, che dominava la stampa locale ai tempi del suo fondatore (William Randolph Hearst ispiratore del “Citizen Kane” di Orson Welles), dopo tante cure dimagranti oggi ha solo il 2% del mercato americano.
Il Wall Street Journal ha censito l’anno scorso ben 70 operazioni di cambio di proprietà di giornali: fusioni, acquisizioni, per un valore complessivo di 827 milioni. È una cifra record come non si registrava dal 2008. E questo attivismo sul fronte degli assetti proprietari avviene in un settore che si è rimpicciolito da allora, anche se non in maniera così brutale come si potrebbe credere. Nel 2009 l’insieme delle vendite di quotidiani Usa era di 44 milioni di copie al giorno, oggi è sceso a 41 milioni. L’effetto della concorrenza di nuovi media digitali, e soprattutto dei social media divenuti la principale fonte d’informazione per le giovani generazioni, è stato più pronunciato sul fronte delle entrate pubblicitarie. Nella raccolta pubblicitaria il grande avversario non sono tanto i singoli media digitali, quanto i mega-aggregatori come Google e Facebook. Eppure l’appetibilità della carta stampa torna ad essere evidente. La tipologia degli acquirenti è molto differenziata. Un gruppo come Gannett ha una chiara strategia aziendale e sia pure all’interno di un mercato più ristretto punta alla leadership, al consolidamento, ai guadagni di efficienza e redditività che possono venire dal consolidamento. Altri protagonisti di acquisizioni recenti, soprattutto nella stampa locale, sono stati imprenditori industriali di settori diversi dall’editoria, seguendo a volte quella che è la tradizionale logica “politica”: l’acquisizione di un giornale monopolista in una città o in una contea, può esaltare la visibilità dell’editore e la sua capacità di relazione con i notabili della politica locale. In parallelo sono andati avanti filoni molto diversi nella stampa. C’è chi ha perseguito il modello delle non profit, ad esempio con il giornalismo investigativo (vedi ProPublica) finanziato con il mecenatismo, seguendo una tradizione americana che ha dato risultati nel campo delle università, dei musei, degli ospedali. Ma quello che accade con la mossa di Gannett sottolinea il ritorno in forze di un editore puro per affrontare le prossime sfide con i colossi del digitale.

Federico Rampini

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