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Valute nel vortice, corsa al dollaro

di Gianluca Di Donfrancesco

Vola il dollaro, cadono l'euro e tutte le valute legate alla crescita. La moneta unica ieri è scivolata fino ai minimi dal 19 gennaio, sotto quota 1,34. Imitata dal dollaro australiano, tornato sotto la parità con il biglietto verde, con una flessione di quasi il 3%, ai minimi dal 17 marzo. Calo analogo per il dollaro neozelandese: l'economia del Paese è ormai in stallo, con una crescita dello 0,1% nel secondo trimestre dell'anno. Flessione del 2,6% anche per il Canada, altra economia legata alle esportazioni e alle materie prime, quindi sensibile alle fluttuazioni della crescita globale. Allunga la lista nera il real brasiliano, che ieri è arrivato a perdere quasi il 5%, costringendo la Banca centrale a intervenire sul mercato per vendere dollari e sostenere il cambio: il rovesciamento della politica tenuta da oltre due anni e finalizzata a frenare la corsa del real. E poi la lira turca, scesa ai minimi di sempre.

Potrebbe continuare a lungo l'elenco delle vittime della fuga dal rischio. A dettare il tema sui mercati valutari, come su quelli azionari, sono ancora le scelte della Federal Reserve, che mercoledì ha annunciato l'Operazione Twist (il riposizionamento del portafoglio titoli dal breve al lungo termine) e soprattutto ha messo in guardia contro i «significativi rischi» sulla tenuta dell'economia statunitense.

Secondo Lee Hardman, di Bank of Tokyo-Mitsubishi, «la Fed ha deluso gli investitori che si aspettavano un nuovo round di quantitative easing. Questo ha innescato le vendite degli asset a rischio». Più esplicite le parole di un altro analista, Greg Anderson di Citigroup: «I mercati erano sull'orlo di una crisi di nervi per il deterioramento del quadro economico globale, però stavano resistendo, sperando che la Fed facesse il miracolo, ma non l'ha fatto. E quando scatta il panico, tutti vanno sul dollaro».

A dare più forza ai timori sulla crescita globale è arrivata anche la frenata dell'economia cinese. L'indice Pmi di Hsbc sul settore manifatturiero è sceso a 49,4 a settembre contro 49,9 di agosto. In calo anche l'occupazione nel comparto. Il capo economista per la Cina della banca britannica, Qu Hongbin, si è affrettato ad assicurare che i timori di un «atterraggio duro dell'economia cinese sono ingiustificati» e che quel che si sta verificando è solo «un contenimento della crescita».

In questo scenario, il Dollar Index, che misura il biglietto verde contro un paniere di sei valute, ieri si è arrampicato fino ai massimi da febbraio, a quota 78,79, da 77,089 di mercoledì. C'è solo una moneta che, testarda, resiste al rally: è lo yen, che anche ieri ha fatto un passettino avanti, portando il cambio con il biglietto verde a quota 76,48 yen, sempre più vicino al record di tutti i tempi toccato ad agosto (75,95). Nella fuga dal rischio, la moneta giapponese è sempre considerata dagli investitori il porto più sicuro, soprattutto ora che la Banca nazionale svizzera ha chiuso le porte ai capitali esteri fissando una soglia al cambio con l'euro a quota 1,2.

Sulla moneta unica ha pesato anche la contrazione dell'attività nei settori dei servizi e del manifatturiero a settembre, la prima da oltre due anni: un dato che potrebbe anche preludere a una ricaduta in recessione dell'Eurozona. L'indice Pmi composito, un anticipatore delle tendenze economiche, è sceso a 49,2 punti dai 50,7 di agosto. È la prima volta, dal luglio 2009, che sfonda la soglia dei 50 punti, lo spartiacque tra espansione e contrazione. In particolare preoccupa il dato tedesco: l'indice composito è crollato ai minimi da luglio del 2009 a 50,8.

Il declino della moneta potrebbe subire accelerazioni nei prossimi mesi, tanto che analisti come Jens Nordving, di Nomura International, si spingono a pronosticare quota 1,30 sul dollaro. Ieri, nel minimo di seduta, l'euro è sceso fino a 1,3382 dollari e a 102,2 yen, il minimo da giugno del 2001.
 

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