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Valute, la Cina attacca gli Usa Crollano tutte le Borse

Pechino sfodera una delle sue armi più pericolose: quella valutaria. L’equivalente di una bomba atomico-finanziaria, azzarda qualche esperto. Con l’aggravamento della guerra commerciale con gli Stati Uniti, infatti, la banca centrale cinese permette (o favorisce) che lo yuan infranga lunedì “quota 7” rispetto al dollaro (7,05). Non è mai successo nell’ultimo decennio, cioè dai tempi della grande recessione. E per i mercati azionari è un brutto risveglio: Wall street crolla, l’Europa brucia 180 miliardi di euro. Un senso di paura, incomprensione e incertezza assale gli investitori.
La svalutazione della moneta renderà più competitive le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti, vanificando l’ennesimo round di dazi che Donald Trump, contro il parere dei suoi consiglieri, aveva deciso di imporre dal primo settembre su altri 300 miliardi di dollari di prodotti Made in China. Al tempo stesso saranno scoraggiate, perché più care, le importazioni americane in Cina, accentuando così gli squilibri commerciali. Ma la Cina non si limita ad usare l’arma valutaria. In risposta ai 300 miliardi di nuovi dazi annunciati da Trump risponde bloccando l’import di prodotti agricoli Usa.
Colto in contropiede, Trump affida a Twitter la sua rabbia. Accusa Pechino di «manipolazione della moneta » e ripete l’invito alla Fed di Jerome Powell di ridurre i tassi di interesse, più di quanto abbia fatto la settimana scorsa. Ma la reazione indispettita della Casa Bianca non riesce a tranquillizzare i mercati finanziari, specie quelli americani, spaventati per l’inasprimento di una guerra che potrebbe scatenare una recessione mondiale.
Di qui il crollo delle borse. Certo, Hong Kong perde più delle altre per i contraccolpi delle manifestazioni di piazza, ma la nuova ondata di pessimismo porta a flessioni sensibili su tutte le piazze azionarie asiatiche ed europee, a una flessione generalizzata dei rendimenti dei titoli di stato e a un crollo di Wall Street. Alla fine della seduta, l’indice Dow Jones perde il 2,9%, il Nasdaq il 3,47%: un segnale d’allarme per chi crede che Trump sia un difensore a oltranza dei redditi finanziari.
“Quota 7” ha un significato psicologico da non sottovalutare. Molti operatori temono che sia il segnale che Pechino stia perdendo le speranze di un accordo commerciale con Washington e si prepari, o a tener duro fino al dopo-Trump o a puntare a una radicale trasformazione dei flussi economici. La svalutazione dello yuan, forse accelerata da forze di mercato, ma sicuramente non contrastata dal presidente Xi Jinping, rischia di mettere in moto forze incontrollabili. Corea del Sud e Vietnam non rimarebbero immobili rispetto a una maggiore competitività del Made in China. Il rischio? Molti altri paesi esportatori del Sud Est asiatico ricorrerebbero all’arma della svalutazione per neutralizzare il vantaggio dello yuan.
Tutto questo fa sparire di colpo, l’ottimismo che regnava fino a qualche giorno fa: quando gli indici azionari raggiungevano nuovi record e quando si pensava che un accordo commerciale Usa-Cina avrebbe presto innescato una nuova cavalcata finanziaria. Trump avvalorava questo scenario. Faceva credere che la sua linea dura stava ottenendo risultati. Non voleva ammettere che i cinesi avessero capacità negoziali e obiettivi strategici paragonabili a quelli americani. Di qui la sua linea dura e la sua escalation dei dazi: che certo danneggiano gli esportatori cinesi, ma anche, per le inevitabili ritorsioni, gli agricoltori del midwest e le industrie della Silicon valley.
Adesso, con “quota 7” si apre una nuova fase. L’offensiva valutaria ha gravi rischi per la Cina, ma è l’intera economica mondiale a sentire i brividi.
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