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Valute digitali, le sta preparando il 70% delle banche centrali

L’appello di Mark Carney per una supervaluta digitale globale che possa contrastare l’egemonia del dollaro è destinato con ogni probabilità a rimanere nel mondo delle buone intenzioni o delle provocazioni. Come Libra, la criptovaluta di Facebook che ha l’ambizione di diventare il perno di un nuovo sistema finanziario globale, citata dallo stesso governatore inglese come modello, che non avrà certo vita facile: troppe le incognite di una valuta globale privata, per di più in mano a un soggetto come Facebook finito sotto accusa per la gestione dei dati e della sicurezza. Ma anche la valuta digitale globale proposta da Carney non avrebbe vita facile in un mondo in cui ogni Paese fatica a cedere qualche centimetro di sovranità. Eppure le valute digitali – che siano cripto o meno -potrebbero essere più vicine di quanto ci si aspetti, se è vero che il 70% delle 63 Banche centrali – che poi sono le “grandi” – interpellate dalla Banca dei regolamenti internazionali per il report pubblicato a inizio anno hanno in corso progetti legati a valute digitali.

Ad aprire le danze potrebbe essere la Cina. L’annuncio di Libra ha infatti avuto l’effetto di accelerare i piani di Pechino per lo yuan digitale. A inizio agosto la People’s Bank of China (Pboc) ha annunciato di essere «quasi pronta» con l’emissione della propria valuta digitale sovrana. Dal poco che se ne sa, si tratterebbe di un sistema a due livelli, con l’emissione abilitata sia alla Banca centrale che alle principali istituzioni finanziarie, che garantiscono con le loro riserve presso la Pboc. C’è da dire che in Cina il confine è molto labile visto che le maggiori banche sono controllate dallo Stato, tanto che il progetto nel suo complesso appare decisamente centralizzato, al contrario della promessa delle criptovalute. In effetti lo yuan digitale non avrebbe la forma di criptovaluta, non girando esclusivamente su blockchain. Il progetto di Pechino punterebbe ad aiutare le banche a recuperare terreno nei confronti di colossi come Ant Financial e WeChat che hanno in mano il 90% dei pagamenti mobili e la Banca centrale a stringere il controllo sulla massa dei depositi che si sta spostando verso quegli stessi soggetti innovativi.

D’altra parte «in alcune economie avanzate la netta riduzione del contante spinge allo studio delle valute digitali come sistema di pagamento alternativo, solido e conveniente», come conferma un recente studio del Fondo monetario internazionale sottolineando le opportuntià che si aprono in termini di riduzione dei costi e di efficienza nell’implementazione della politica monetaria. Ma non solo: «Possono anche allargare la contendibilità del mercato dei pagamenti e ridurre le possibilità che il sistema sia in mano a pochi grandi operatori».

Alla stessa stregua anche un altro Paese quasi cashless come la Svezia lavora da più di due anni a un progetto di e-krona per fornire un’alternativa digitale al contante garantita dallo Stato. In Europa realtà già molto digitalizzate come Lituania ed Estonia hanno in cantiere progetti, in questo caso basate su blockchain. Se Mario Draghi ha precisato che la Bce «non ha alcun piano» per una propria valuta digitale, le opportunità che questi strumenti offrono sono state sottolineate recentemente dal governatore lituano Vitas Vasiliauskas, che è anche membro del Consiglio Bce.

Non mancano anche progetti bilaterali in chiave di efficienza dei pagamenti crossborder. Come la sperimentazione messa in atto dall’Autorità monetaria di Singapore (Mas) con la Bank of Canada per connettere i due sistemi nazionali basati su blockchain. Allo stesso modo Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita stanno sperimentando un sistema di settlement tra i due Paesi.

I Paesi in via di sviluppo, quelli con sistemi finanziari traballanti che escludono larghe fasce della popolazione dall’accesso al credito, sottolinea l’Fmi, possono sfruttare le valute digitali «come strumenti per migliorare l’inclusione finanziaria e supportare la digitalizzazione». Proprio l’ambizione di Libra. In questa chiave l’ultimo in ordine di tempo è il Rwanda ad aver manifestato l’intenzione di mettere in campo un suo progetto. Ma gli esempi non mancano. In India la legge che ha messo al bando le criptovalute prevede espressamente una rupia digitale, mentre l’Uruguay ha avviato un programma pilota per un e-peso finalizzato allo sviluppo di pagamenti istantanei via mobile. Progetti simili sono in sperimentazione in Thailandia e alle Bahamas.

Imminente potrebbe essere un’altra criptovaluta di Stato, ma in questo caso per aggirare l’isolamento delle sanzioni americane. La Banca centrale iraniana sarebbe prossima all’emissione del crypto-rial, garantita dalle riserve auree di Teheran. Così come il Petro venezuelano, garantito dal petrolio, cercava di aggirare il blocco internazionale sfruttando sistemi anonimizzati. Eppure l’Fmi sottolinea che le monete digitali possono avere un ruolo decisivo nel migliorare il sistema finanziario internazionale: la trasparenza del digitale potrà infatti garantire il monitoraggio delle transazioni.

Pierangelo Soldavini

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