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Valutazioni fuori reato

Solo i «fatti materiali rilevanti» andranno a incidere sulle false comunicazioni sociali, per le società non quotate, mentre potrebbero non configurare illecito gli errori attinenti a valutazioni. Più che raddoppiato il costo ascrivibile alla società per le false comunicazioni sociali nei casi di mancata istituzione o inadeguati controlli da parte dell’organismo di vigilanza di cui al dlgs 231/01, il quale, nelle società non quotate, può superare gli 800.000 euro, mentre nelle quotate può ampiamente superare il milione di euro. Confermati anche gli sconti per i fatti di lieve entità, gli esimenti per la particolare tenuità e gli aggravanti per le società quotate. Sono le principali caratteristiche del nuovo reato sulle false comunicazioni sociali nella versione approvata mercoledì scorso dal senato con il ddl sulla corruzione.

Confermata la non rilevanza delle valutazioni

Il senato conferma che ai fini della configurabilità delle false comunicazioni sociali sia necessario che, consapevolmente (pertanto con dolo) al fine di conseguire un ingiusto profitto vengano esposte nei bilanci (quindi nei prospetti contabili e nella nota integrativa) e nelle relazioni o altre comunicazioni dirette ai soci o al pubblico imposte dalla legge (quindi nella relazione degli amministratori e nel verbale di approvazione del bilancio) fatti materiali «rilevanti» non rispondenti al vero sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società. Nella attuale versione dell’articolato (come peraltro in quella di circa due settimane fa, per la quale si rimanda a ItaliaOggi del 18 marzo) non parrebbero rilevare, ai fini del reato de quo, i falsi valutativi (come per esempio la valutazione delle rimanenze, dei crediti, delle partecipazioni ecc.), mentre le ipotesi di false comunicazioni sociali sarebbero limitate a poste oggettivamente e quantitativamente determinabili.

 

I costi del reato per la società

Oltre alle pene detentive per chi commette il reato (o per chi concorre in esso), le false comunicazioni sociali configurano anche una responsabilità per l’illecito amministrativo dipendente da reato. Tale colpevolezza si identifica sostanzialmente in una «colpa di organizzazione»: in altri termini si rimprovera alla società di non aver adeguatamente vigilato, attraverso la nomina di un idoneo organo di controllo affinché nello svolgimento dell’attività economica, non venissero perpetrati determinati reati. La sanzione comminabile all’ente, in questi casi, è legata all’art. 25-ter, lett. a) dlgs 231/01, legandola al meccanismo delle quote, il cui valore è parametrato alla gravità del reato ed alle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente.

In pratica, quando un soggetto apicale commette un reato societario viene previsto, dall’art. 25 che esso paghi:

1) nelle società ordinarie da 200 a 400 quote (oggi da 100 a 150);

2) nelle società minori da 100 a 200 quote;

3) nelle società quotate da 400 a 600 (oggi da 200 a 400).

Ora considerando che il valore della quota va da 258 a 1.549 euro e che nel caso di rilevanti profitti per la società la sanzione pecuniaria può essere aumentata di un terzo, nelle sole società non quotate si potrà arrivare a sanzioni pecuniarie di 824 mila euro, sanzioni che nelle quotate potranno ampiamente superare il milione.

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