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Città sicure a prova di privacy

La complessa riforma della privacy targata Unione europea (ossia la direttiva Ue 2016/680, da un lato, e il regolamento 679/2016, dall’altro) impatta anche sulla sicurezza urbana. Non è possibile, infatti, realizzare una progettazione tecnica di un impianto di videosorveglianza urbana interforze (ossia quei sistemi ibridi, utilizzati nello spirito del pacchetto sicurezza in modalità condivisa tra polizia locale, carabinieri che prevedono, per esempio, lettori targhe dei veicoli direttamente collegati con le forze di Polizia) senza aver affrontato una valutazione preventiva dell’impatto privacy in relazione all’uso concreto che dovranno avere i dispositivi. Tra regole applicabili nell’ordinaria attività di sicurezza urbana e deroghe previste per le attività di indagine. Tra polizia locale e dello stato.Lo ha evidenziato il dlgs 18 maggio 2018, n. 51 che riguarda l’attuazione della direttiva Ue 2016/680 relativa al trattamento dei dati personali per finalità di indagine e prevenzione (pubblicato sulla G.U. n. 119 del 24/4/2018), in vigore dall’8 giugno. La riforma della tutela dei dati personali, in corso di completamento in questi giorni, riverbera i suoi effetti anche sulla concreta realizzazione degli impianti di videosorveglianza delle aree pubbliche. Sia che siano realizzati da comuni, province, regioni o altri enti, magari con l’ausilio anche di soggetti privati, nello spirito del dl 14/2017, quando si tratta di effettuare riprese su area pubblica scattano una serie di importanti limitazioni che sono state adeguatamente trattate nel provvedimento generale del garante della privacy dell’8 aprile 2010. A distanza di otto anni, e dopo l’entrata in vigore di due importanti riforme europee in materia di privacy (ovvero il regolamento 679/2016 e la direttiva 680/2016 che ancora richiedono una serie di provvedimenti applicativi di dettaglio), questo provvedimento è ancora attuale ma deve necessariamente essere confrontato con le novità in arrivo con il Gdpr e con la direttiva per le attività di indagine. In pratica il regolamento europeo sulla tutela dei dati personali che è entrato in vigore il 25 maggio riguarda la maggior parte dei normali impianti di videosorveglianza urbana. Ovvero i sistemi tradizionali che non richiedono interferenze particolari con le forze di polizia dello stato. Dove il comune è generalmente il titolare del trattamento e le questioni assumono una valenza ordinaria nell’ambito di una conservazione temporale dei dati personali consentita per un termine massimo di sette giorni. Per queste attività sarà innanzitutto opportuno effettuare una tempestiva verifica ricognitiva e valutativa dei trattamenti, perfezionare i registri e aggiornare le informative. Ma dall’8 giugno le cose sono state rese ancora più complesse per l’entrata in vigore del dlgs 51/2018, specificamente dedicato alle attività di indagine. Anche le tipiche attività di polizia giudiziaria svolte con l’ausilio degli strumenti di videosorveglianza urbana dovranno fare riferimento a questa nuova disciplina. Dunque anche gli impianti. Specialmente se si tratta di tecnologie strutturalmente progettate per un uso interforze vero e proprio. Ed è proprio in questo caso che il progettista dovrà prestare la massima attenzione al bivio privacy. Se per esempio un impianto di lettura targhe per finalità di sicurezza urbana integrata prevede il collegamento del sistema con il centro elettronico nazionale del Viminale, attraverso il posizionamento di un server in questura, sarà necessario declinare una progettazione tecnica dedicata alle specifiche finalità dell’impianto interforze. Quindi oltre al rispetto delle prerogative di carattere tecnico che saranno richieste necessariamente dagli organi ministeriali l’installatore e il progettista dovranno prestare attenzione anche a tutti gli aspetti normativi connessi al trattamento dei dati per finalità di indagine. Spetterà infatti al regolamento che dovrà essere adottato ai sensi dell’art. 5 del dlgs 51/2018, individuare, tra l’altro, «le modalità di conservazione dei dati, i soggetti legittimati ad accedervi, le condizioni di accesso, le modalità di consultazione, nonché le modalità e le condizioni per l’esercizio dei diritti». In buona sostanza senza i dettagli operativi che verranno individuati da questo regolamento il rischio è quello di progettare impianti di videosorveglianza urbana che potrebbero risultare non idonei a un uso investigativo interforze. Ovvero di essere stati progettati magari nel rispetto di regole tecniche non congruenti con le aspirazioni tecnologiche e informative del centro elettronico nazionale del ministero dell’interno. E quindi neppure convergenti con il rispetto delle diverse competenze degli organi di polizia locale e dello stato e delle relative differenziazioni in materia di trattamento dei dati personali.

Stefano Manzelli

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