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Valtur, debiti e villaggi verso lo Stato

di Sergio Rizzo

ROMA — Sembra di rivedere uno di quei film dell'orrore che andavano in onda negli anni Settanta, quando lo Stato ricomprava a prezzo d'oro le aziende decotte dei privati. Le stesse che magari aveva loro venduto qualche tempo prima, senza costringerli a svenarsi. Perché è proprio questo il copione della sconcertante vicenda che si sta dipanando in queste settimane intorno alla Valtur, ammessa tre giorni fa alla procedura straordinaria della legge Marzano. Il copione, sostenuto apertamente a Palazzo Chigi e graditissimo agli azionisti in crisi, prevede che la società titolare del più prestigioso marchio dell'industria turistica italiana venga rilevata da Invitalia.
Disegno doppiamente beffardo. La prima beffa, perché la Valtur è una vecchia conoscenza della società pubblica, fin da prima che si chiamasse Sviluppo Italia. Il gruppo che fa ora capo alla famiglia di Carmelo Patti ha attraversato incredibili peripezie. Negli anni Ottanta era di proprietà della ex Cassa del Mezzogiorno. Per finire, verso il tramonto del secolo scorso, all'imprenditore siciliano proprietario della Cablelettra, fornitore (dal 2009 anch'esso in amministrazione straordinaria) della Fiat. Sviluppo Italia, subentrata alla Insud della ex Casmez, conservò tuttavia fino alla fine del 2001 una quota del 30%, sborsando anche una quarantina di miliardi per ricapitalizzare la ditta. Insomma, onorò fino in fondo i propri impegni. E andò anche oltre, come si è scoperto pochi mesi fa. Proprio nel 2001 la Banca di Roma concesse un discreto finanziamento alla Valtur per l'acquisto di un villaggio. Operazione alla quale Sviluppo Italia, pur essendo il socio di minoranza, prestò una garanzia surreale: impegnandosi a pagare lei nel caso in cui le rate non fossero state pagate dall'acquirente. Eventualità che puntualmente si è verificata alla scadenza del 2011. Addirittura dieci anni dopo che la società del Tesoro era uscita dal capitale della Valtur, vendendo il proprio 30% alla famiglia Patti per 18,6 milioni di euro, Unicredit (che aveva ereditato il contratto dalla Banca di Roma) ha chiesto a Invitalia 16 milioni di euro. Inevitabili i ricorsi e le azioni legali, che la dicono lunga sulla pesantezza del carico ricevuto in eredità.
La seconda beffa è che il tentativo del governo di far ingoiare un'azienda privata agonizzante allo Stato avviene proprio mentre lo stesso governo promette di rilanciare le privatizzazioni e un componente della maggioranza, Donato Bruno, propone perfino di metterle nella Costituzione. Per riuscire nel salvataggio le hanno provate tutte: qualche mese fa hanno cercato di mettere la Valtur su una piccola scialuppa di salvataggio, pressando Invitalia perché acquistasse un villaggio per un congruo numero di milioni. Peccato che fra il prezzo proposto (42 milioni) e quello giudicato «congruo» da una perizia indipendente (24) ci fosse una non trascurabile differenza: e non se n'è fatto nulla.
A Palazzo Chigi non si sono dati per vinti, puntando direttamente a far rilevare il gruppo Valtur a Invitalia. Ma l'amministratore delegato Domenico Arcuri non ha ceduto. Dalla sua, i numeri implacabili della situazione patrimoniale al 30 ottobre 2010, presentati dallo stesso Patti: 358 milioni di debiti a fronte di 187 milioni di fatturato per l'intero anno. Alle fortissime pressioni governative, forse comprensibili soltanto alla luce degli ottimi rapporti personali fra lo stesso Berlusconi e i Patti, non ha ceduto nemmeno Fintecna. Anche Massimo Varazzani, l'uomo che il ministro dell'Economia ha collocato ai vertici della società del Tesoro, azionista di minoranza di una controllata di Invitalia che avrebbe dovuto acquisire la Valtur, ha risposto picche.
Così non è rimasta che la strada della legge Marzano. Il destino della Valtur è stato affidato ai tre commissari Stefano Coen, Daniele Discepolo e Andrea Gemma. Quest'ultimo, avvocato trentottenne dal curriculum sterminato, verosimilmente congiunto di Sergio Gemma, che fu presidente del collegio sindacale della Valtur di Patti fino al 2002. Ma è un affidamento temporaneo. L'assedio di Palazzo Chigi a Fintecna e Invitalia, infatti, continua. Con la speranza di spuntarla, magari ai tempi supplementari.

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