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«Valorizzare le filiere, le piccole e medie imprese motore della nuova crescita»

La confederazione europea delle piccole e medie imprese (Cea-pme) rappresenta 25 associazioni nazionali, con oltre due milioni di aziende e più di 18 milioni di lavoratori in tutti i settori. Da ieri ha un presidente italiano: Maurizio Casasco, al vertice di Confapi.

Come è nata la sua candidatura?

«Lo scorso mese di ottobre l’associazione si è trovata ad affrontare un momento difficilissimo. Il nostro presidente, il tedesco Mario Ohoven, un grande amico, è scomparso in un incidente d’auto. Mi ha fatto piacere che proprio i tedeschi abbiano proposto da subito la mia candidatura».

La prima cosa che intende fare?

«Fare sì che i fondi che l’Unione mobilita per il Piano di ripresa e resilienza siano spesi bene, e quindi tenendo conto anche delle esigenze delle piccole e medie imprese che sono il motore del continente».

La crisi accorcia le filiere. Le piccole imprese hanno bisogno del traino delle grandi. Questa contrapposizione ha ancora senso?

«La verità è che le piccole e medie imprese restano trascurate. E questo è un problema che non riguarda solo l’Italia ma tutta l’Europa».

L’Europa per crescere ha bisogno di campioni nei settori chiave.

«Certo. Però non va dimenticato che, dal 2015 a oggi, l’80% dei posti di lavoro in Europa è stato creato dalla piccola e media impresa. Siamo noi a generare il 50% del Pil europeo. Eppure alle pmi non viene dedicata l’attenzione che meritano».

Anche in Italia? Può fare un esempio?

«Gli incentivi dati con le ultime leggi di Bilancio sono stati parametrati sulla grande industria. Non si tiene conto del valore della piccola anche per quanto riguarda l’attenzione ai dipendenti. Il modello della piccola impresa italiana, così resiliente e innovativa, ha molto da dire in Europa».

Cosa possiamo «copiare» invece dai vicini europei?

«Una proposta che viene dalle nazioni del Nord Europa. Loro la riassumono con questo slogan: “to pay in seven days, pagare in sette giorni”. Dovrebbe valere sia per la pubblica amministrazione che per le grandi aziende».

Nel Pnrr serve un investimen-to per la riqualifica-zione manageria-le delle piccole e medie imprese

Sette giorni? Non è un po’ fuori target rispetto alla realtà italiana?

«Totalmente fuori target. Ma dobbiamo fare di tutto per cambiare le cose. Oggi la verità è che le piccole imprese stanno facendo da banca alle grandi. Che pagano a 120 o addirittura 180 giorni. Mentre la direttiva europea parla di 30-60 giorni. Se la rispettassimo in Italia le pmi avrebbero il 50% di liquidità in più».

Mancanza di componenti e materie prime: per le piccole è un problema?

«Eccome se lo è. Acciaio, plastica, legno: i prezzi sono aumentati. La Cina assorbe il 50% del mercato mondiale dell’acciaio. I dazi europei contribuiscono al trend rialzista. Per noi italiani questo vuole dire una cosa, se qualcuno avesse ancora dubbi: abbiamo bisogno dell’Ilva».

Il governo sarebbe dovuto entrare con un investimento da 400 milioni.

«Apprezzo il ministro Giorgetti. Immagino stia studiando il dossier. In generale, comunque, l’Italia non può muoversi da sola. Serve un piano europeo sullo sviluppo dell’industria. L’Europa deve esercitare la sua leadership e non restare schiacciata tra Cina e Usa. Per riuscirci la capacità di innovazione digitale è cruciale. Ma l’Europa va costruita anche tramite una comunicazione europea. In concreto: una televisione europea e giornali europei».

Il Pnrr va incontro alle esigenze delle pmi?

«Temo che il 60% dei fondi vada a copertura di impegni già presi. Vorrei mettere in allerta rispetto a un rischio».

Quale?

«Che la gran parte dei fondi per il sistema produttivo sia assorbito dalle grandi multinazionali, private e di Stato».

Le piccole imprese però non sempre sono all’altezza quando si parla di capacità di innovare.

«Lo riconosco. Le piccole imprese hanno un gap di capacità produttiva del 30% rispetto alle grandi. Per questo abbiamo proposto al governo di attivare tramite il Pnrr un grande piano per l’inserimento di competenze manageriali e la formazione nelle piccole e medie. Il gap potrebbe essere colmato nel giro di sei anni».

L’Europa avrebbe bisogno di una televisione e giornali europei, anche così si crea una coscienza comune

Gli aiuti del decreto Sostegni sono sufficienti?

«Niente intermediari, niente camere di commercio, niente consulenti, niente valutazioni complesse, niente candidature lunghe ed articolate ai progetti: possiamo adattarci a importi bassi purché i fondi arrivino subito».

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