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Valanga di no contro il piano dei creditori

In Grecia ha stravinto il «no» per 61,2% a 38,2 per cento. Il popolo greco ha detto no all’austerità senza crescita della troika e ha ascoltato il suo giovane premier Alexis Tsipras, 40 anni, che lo aveva invitato a non avere paura e a dargli fiducia. E i greci gli hanno creduto anche quando ha detto che non voleva portare fuori dall’euro il paese ma solo ottenere condizioni migliori dai creditori. Il «no» è un trionfo per il premier Tsipras che si è battuto per ricevere un potere contrattuale più forte per trattare con i creditori che vogliono imporre condizioni dure a un Paese stremato ma lascia aperta anche la possibilità che gli stessi creditori vadano avanti, lasciando che la Grecia faccia default e sia costretta a lasciare l’euro.
Per questo Tsipras, mentre i suoi sostenitori festeggiavano in migliaia in Piazza Syntagma, ieri sera ha riunito un consiglio dei ministri di emergenza per fare il punto sul sistema bancario e le drammatiche esigenze di liquidità per le banche greche che sono praticamente a secco. Poi c’è stato un incontro tra il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis e i rappresentanti del sistema bancario greco per verificare se la chiusura delle banche e della Borsa, che termina dopodomani, sarà prolungata insieme ai controlli di capitale, come è probabile che accada.
«Il governo greco, da parte sua, ha assicurato che non ha intenzione di emettere una moneta parallela», ha detto il capo dei negoziatori greci Euclid Tsakalotos. «Non penso che ci cacceranno via dall’euro, siamo pronti a incontrarli già da stasera», ha poi aggiunto riferendosi ai creditori. Per questo il ministro Yanis Varoufakis ha detto che ci vuole un accordo in 24 ore. È una corsa contro il tempo per ottenere almeno un inizio di negoziati che permetterebbe alla Bce di Mario Draghi di riaprire i rubinetti per le banche, ormai prosciugate.
Il «no»avrebbe stravinto soprattutto tra i giovani greci. Secondo i sondaggi riportati da una tv greca, il «no» avrebbe perso il 67% dei voti dei giovani tra i 18 e i 34 anni. Hanno poi votato per il «no» il 49% dei 35-55enni e solo il 37% degli over 55 anni. Ha votato «no» chi non aveva altro da perdere e «sì» chi ne aveva, ma dopo cinque anni di austerity della troika in Grecia più del 60% della popolazione non aveva più niente da perdere.
Le conseguenze del «no» sono molteplici e lo scenario, al di là dell’entusiasmo, è complesso anche se il governo Syriza dice che verranno ripresi i negoziati sulla base della bozza Juncker. A questo punto Tsipras e Varoufakis però potrebbero appellarsi alle aperture fatte dall’Fmi che ha parlato di un piano da 60 miliardi di euro e di riduzione del debito del 30%. Il premier Tsipras cercherà di migliorare l’ultima offerta ma alla fine firmerà in ogni caso un compromesso per permettere alla Bce di riaprire i rubinetti e salvare le banche. Resta da vedere se troverà qualcuno seduto dall’altra parte della trattativa disposto a firmare ancora quel piano. Dopo il «sì» a quel punto Tsipras si ripresenterà in Parlamento in Grecia con un piano di misure di austerità ma l’ala di sinistra di Syriza ora dovrà votarlo visto l’esito del referendum.
Dopo questo passaggio il terzo piano di salvataggio dovrebbe passare anche al Bundestag e altri tre parlamenti europei. Se il parlamento tedesco non dovesse passare il piano, si aprirebbe uno scenario catastrofico perché la Grecia andrebbe fuori dall’euro sotto responsabilità tedesca, realizzando l’incubo, come dice l’ex ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, di una Germania che in un secolo distrugge tre volte il progetto europeo. C’è anche l’ipotesi in cui la Troika potrebbe decidere di considerare il «no» al referendum come la fine di ogni negoziato e di abbandonare la Grecia al suo destino. A quel punto la Bce dovrebbe congelare i finanziamenti.
Atene senza liquidità per riaprire le banche e pagare pensioni e stpendi pubblici sarebbe costretto a battere una moneta propria. Due le ipotesi più gettonate: valuta parallela (Iou, sorta di pagherò) che tenga in corso l’euro o la dracma, cioè l’addio definitivo alla moneta unica. L’euro non sarebbe più considerato una moneta irreversibile, ma un accordo di cambi fissi da cui si può uscire.

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