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Utility, la Borsa spinge al riassetto

Se razionalizzazione sarà nella giungla delle ex municipalizzate italiane, come auspica il governo, i predatori non potranno che essere le grandi utility quotate. Per le quattro big, A2a, Acea, Hera e Iren sono almeno 60 le prede più interessanti che si nascondono tra le 1.500 società a partecipazione pubblica, per lo più operanti nel settore acqua e ambiente, che oggi “ballano” da sole e che nel giro dei prossimi anni dovranno trovarsi un partner. Il 62% ha un fatturato che non supera i 10 milioni, ma ci sono anche alcune società di medie dimensioni – gli analisti di Equita ne hanno contate, appunto, 60 – che potrebbero portare in dote a chi se le mangia un Ebitda complessivo di circa 2 miliardi l’anno.
Una vera e propria boccata d’ossigeno per un settore in cui l’aria ha iniziato a farsi pesante. Alla domanda (ai minimi) di energia e alle solite, crescenti, incognite geopolitiche, negli ultimi tempi a complicare la vita delle utility italiane si sono aggiunti anche gli inverni miti e le estati fresche: così, al mondo delle società che operano tra energia, acqua, gas e rifiuti non resta che sperare nel riassetto del settore, e soprattutto alle efficienze che potrebbero conseguirne.
A premere sull’acceleratore, come si diceva, è il governo. Con le rilevazioni del commissario alla spending review Carlo Cottarelli sulle inefficienze del mondo delle partecipate e la proposta di introdurre incentivi per chi si aggrega: il bonus si attendeva già con il decreto sblocca Italia ma ora ci sarà da attendere fino alla legge di stabilità, ma il mercato ci crede e spinge in quella direzione. «Gli interventi governativi ipotizzati finora formano un pacchetto organico molto appetibile per i privati in questo contesto di mercato, segnato dalla necessità di efficienza per linee esterne», scrivevano ieri gli analisti di Equita Sim. Che proprio sull’onda delle misure in arrivo hanno rivisto al rialzo il target price delle quattro utilities: anche nel caso in cui il progetto di aggregazione dovesse andare in porto solo per la metà e a una velocità non troppo spedita, al ritmo di 2-3 deal all’anno, gli analisti di Equita hanno calcolato che sul medio termine la remunerazione per gli azionisti potrebbe crescere del 10-15%: «Hera e Iren rimangono le meglio posizionate», scrive Equita, con la prima che si è vista alzare il target price (ora posizionato a 2,4 euro) del 10 per cento.
D’altronde, il gruppo con sede a Bologna è quello più avvezzo all’M&A. Reduce da una storia d’integrazioni, ha chiuso due anni fa l’operazione con Acegas-Aps (da cui sono arrivati 8,3 milioni di sinergie l’anno scorso e altri 4,6 nel primo semestre di quest’anno) e il primo luglio ha perfezionato quella con l’udinese Amga. La società punta a crescere ancora a Nord-Est, mentre a Nord-Ovest a fare la parte del leone potrebbe essere il tandem Iren-A2a, per il quale peraltro il sindaco di Torino, Piero Fassino, nei giorni scorsi è tornato ad auspicare le nozze, riesumando il mai dimenticato progetto della maxi-utility del nord. Sta di fatto che tra le prime prede potrebbe profilarsi l’alessandrina Amag, con il sindaco Rita Rossa che a inizio luglio ha preannunciato una gara a evidenza pubblica «per la ricerca di un partner finanziario e industriale»: favorita sembrava Iren, ma dal Comune si è fatto intendere che anche per Hera e A2a non ci sono preclusioni. Altra protagonista del risiko potrebbe essere Lgh, nata dalla fusione delle municipalizzate di Cremona, Pavia, Lodi, Rovato e Crema e per questo a metà strada tra preda e predatore.
Certo è che più si allargherà il perimetro delle utility, più gli enti-azionisti avranno modo di valorizzare le proprie quote sul mercato. Come ha fatto recentemente il Comune di Bologna, che proprio ieri ha annunciato di aver chiuso la vendita di 7,5 milioni di azioni Hera decisa a metà luglio: l’incasso è stato di 15 milioni, mentre la quota residua è del 9,73 per cento.

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