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Utili oltre i nove miliardi le banche archiviano il 2018 ma si preparano all’austerity

Per chi ama il bicchiere mezzo pieno, le banche italiane ieri hanno vissuto un bel giorno. La stagione contabile s’è chiusa, con utili spesso confermati o migliorati, e per i 10 maggiori istituti saliti a 9,4 miliardi totali ( anche se 8 vengono dalle due hors catégorie Intesa Sanpaolo e Unicredit). Si tratta quasi di un raddoppio degli aggregati 2017 – vedi tabella -; benché detratti i 3,5 miliardi del passato rosso Mps l’incremento sia solo lieve.
In aggiunta, i ” consigli patrimoniali” della vigilanza Bce dopo i due esami stress test e ” Srep”, spauracchi dell’ultimo mese, non fanno più paura: nessun salasso in vista, anzi Ubi e Banco Bpm, piazzate tra le ultime dei 48 istituti vagliati dall’Eba sotto sforzo, hanno avuto conferme o riduzioni della soglia minima 2017. Per la banca di Bergamo- Brescia il requisito è stato tenuto al 9,25%, 217 punti base sotto l’11,4% di patrimonio Cet1 attuale; quella di Milano-Verona è invece l’unica italiana a vedersi limare il requisito Srep 2019 al 9,5%, contro il 9,75% dell’anno scorso e sotto il Cet1 virtuale di 11,5% che risulterà dalle cessioni di crediti in corso.
Ieri hanno dato le soglie “Srep” della Bce anche Unicredit – conferma al 10,07%, due punti sotto il Cet1 – e Intesa Sanpaolo, che mantiene la soglia minima Bce al 9,33% nel 2019, con un Cet1 ora al 12%. Queste dinamiche, oltre al benefico abbrivio elettorale d’Abruzzo che ha ridotto di 12 punti a 277 lo spread Btp- Bund, gli investitori ieri hanno premiato Unicredit (+ 1,88%), Intesa Sanpaolo (+ 1,23%), Ubi (+ 2,96%) e più Banco Bpm (+7,03%).
Nell’esercizio scorso sono proseguite, ma in modo attenuato, le dinamiche su cui si basò la redditività 2017: quasi tutti gli istituti hanno ceduto altri crediti deteriorati, e la connessa liberazione dei fondi di rettifica ha puntellato l’utile più di quanto il relativo margine d’interesse sgonfiasse i ricavi (per molti, in nuovo calo). Il costo della raccolta, in prospettiva crescente per lo spread, è stato ribaltato sui clienti, mentre sul lato uscite è rimasto lo sforzo per limare ancora il costo del lavoro e delle filiali. Malgrado il calo delle Borse da maggio scorso abbia mangiato un po’ di commissioni per Intesa Sanpaolo, che ne deriva metà degli utili, sono scese del 2,1% sull’anno – l’effetto complessivo è di tenuta.
Ultima a uscire, ieri, è stata la Popolare di Sondrio, con utile netto sceso del 30% a 111 milioni, per il crollo delle attività sui mercati (- 91%) non compensato dall’aumento di interessi (+ 3,7%) e commissioni (+3,5%).
Non sono comunque allori su cui cullarsi, perché la congiuntura recessiva è in atto: allontana il rialzo dei tassi oltre lo zero, riaccende le nuove sofferenze creditizie, fiacca i finanziamenti. Tutto contribuirà a zavorrare gli intermediari, che stanno già rettificando il quadro macroeconomico delle loro strategie. Prima a farlo sarà Bper, nel piano in agenda il 28 febbraio; in primavera toccherà a Ubi, in corso d’anno probabilmente a Mps, a novembre a Unicredit. Come ha detto l’ad di Ubi Victor Massiah, «il differente scenario creatosi sul 2019 vede tassi ancora negativi, spread doppio di quello che era previsto nel piano industriale attuale e uno scenario di crescita purtroppo diverso » . Per Mps, tornata all’utile ma lontana dagli obiettivi del piano 2021, rifare i conti potrebbe implicare un incerto negoziato con l’Ue, che su quel piano basò gli aiuti di Stato nel 2017.
Tra l’altro, aggiornare tempestivamente gli scenari non è più un’opzione, ma un obbligo per le banche che hanno adottato il criterio contabile Ifrs 9 ( quasi tutte in Italia, dati i vantaggi legati alle dismissioni di crediti). Unicredit s’è impegnata a farlo due volte l’anno, e nel quarto trimestre 2018 ha alzato di 10 punti base il costo del rischio, e ridotto a una frazione le stime sul Pil italiano. Nei vecchi piani strategici invece le stime sono superate: Ubi nel 2016 stimò un Pil 2019 all’1%, mentre oggi la previsione ” intermedia” dell’Upb è +0,4%.

Andrea Greco

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