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«Utile un sostegno pubblico alle banche»

Per il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, un sostegno pubblico alle banche può essere «molto utile», ma deve essere concordato con la Commissione europea. Draghi ha dedicato una buona parte della sua conferenza stampa alla questione dei crediti deteriorati (Npl) delle banche, soprattutto di quelle italiane, osservando che «è un grosso problema, che altrove ha richiesto molto tempo per essere risolto». Al tempo stesso, il presidente della Bce ha detto: «Non lo definirei un rischio» per lo scenario economico, come ha fatto nei giorni scorsi il Fondo monetario internazionale.
Secondo Draghi, le regole europee, come avevano sostenuto di recente il vicepresidente della Bce, Vitor Constancio e il membro del consiglio di vigilanza, Ignazio Angeloni, in un’intervista al Sole-24 Ore del 16 luglio, «contengono tutta la flessibilità per affrontare la situazione» anche attraverso un intervento pubblico.
Più perdura il problema degli Npl, ha detto Draghi in riferimento all’Italia, meno funzionano le banche che ne hanno un’alta percentuale in bilancio e meno sono in grado di fornire credito all’economia reale. C’è quindi da un lato la necessità di risolvere il problema il più rapidamente possibile, che si scontra però con il fatto che per sua natura lo smaltimento degli Npl è lento. La soluzione, sostiene il banchiere centrale italiano, passa da tre elementi: un approccio di vigilanza coerente, un mercato secondario dei crediti deteriorati ben funzionante, l’intervento del Governo per migliorare la legislazione fallimentare e del recupero delle garanzie; tre elementi cui si aggiunge il sostegno pubblico «in circostanze eccezionali». «Se il mercato degli Npl non funziona – ha detto Draghi – vanno evitate le svendite». L’elemento “dominante” è il quadro legislativo che consenta la contrattazione degli Npl.
Secondo il numero uno della Bce, in Italia sono state prese misure che vanno nella giusta direzione, ma altro va fatto: in modo particolare il legislatore deve affrontare il problema dei “vecchi” crediti deteriorati. Le turbolenze di mercato seguite al referendum britannico a favore dell’uscita dall’Unione europea hanno colpito in modo particolare le azioni delle banche e questo, riconosce Draghi, in un’economia così dipendente dagli istituti di credito può avere dei contraccolpi: il calo dei titoli bancari fa salire il costo del capitale per le banche, che diventano più prudenti nella concessione del credito, limitando la trasmissione della politica monetaria accomodante all’economia reale. Peraltro, al momento, ha osservato il capo della Bce, l’indice composito che misura i tassi d’interesse praticati sul credito nell’Eurozona è ai minimi storici. Il sondaggio trimestrale fra le banche, pubblicato questa settimana, mostra un miglioramento delle condizioni del credito sia alle imprese sia alle famiglie.
In genere, Draghi ha sostenuto che lo stato di salute delle banche è molto migliore oggi di quanto non fosse subito dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2009: allora, il Cet1, il capitale primario, era in media del 9%, oggi è del 13% per quanto riguarda i 130 istituti sotto la vigilanza diretta della Bce. «Non c’è un problema di solvibilità», ha dichiarato. Le banche soffrono semmai di redditività debole, in parte determinata dagli Npl, e ha ricordato che il 29 luglio prossimo la European Banking Authority pubblicherà il risultato dei suoi stress test su 51 banche europee e che la vigilanza della Bce ne ha testate altre 56: i risultati serviranno a elaborare i nuovi requisiti di capitale entro fine anno. Fra i rimedi che ha citato per migliorare la situazione del settore c’è anche una miglior comunicazione da parte delle autorità di vigilanza, da tempo un punto dolente.
Draghi ha anche commentato una recente proposta della Bundesbank per affidare al fondo europeo salva-Stati Esm il coordinamento dei salvataggi dei Paesi in crisi, oggi affidati alla troika di cui anche la Bce, cui non dispiacerebbe disimpegnarsi da questo compito, fa parte. «Il nostro è oggi un ruolo minore», ha osservato. Quanto all’idea di una possibile ristrutturazione automatica del debito dei Paesi in crisi e un diverso trattamento dei titoli di Stati in portafoglio alle banche, è stato molto cauto. «Proposte che di per sé possono avere un senso – ha detto – vanno messe in un quadro più complessivo, che tenga conto delle implicazioni per i mercati finanziari e se sia possibile avere un meccanismo di ristrutturazione del debito senza un bilancio o una politica fiscale comune».

Alessandro Merli

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