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Utile Cdp a 2,8 miliardi e il consorzio con i fondi vara l’offerta per Aspi

Nella notte l’offerta definitiva – e finale, la definiscono le persone che hanno seguito da vicino il dossier – dovrebbe essere recapitata al quartier generale di Atlantia. Dopo il cda della Cassa, che ha varato l’offerta per Aspi, il corposo documento (oltre 100 pagine) è stato inviato alle altre due gambe della cordata – il fondo australiano Macquarie e Blackstone – per le firme di rito. Nella mattinata Cdp aveva invece approvato il bilancio, che ha visto un forte sostegno del gruppo all’economia e alle imprese del paese: 39 miliardi (22 a livello di spa), con un incremento dell’11% rispetto all’anno prima, anche in risposta all’emergenza Covid. Il bilancio della Cassa si è chiuso con un utile netto della capogruppo in crescita dell’1% (a 2,8 miliardi) mentre l’utile netto consolidato ha risentito del contributo negativo delle partecipate, in particolare di Eni.
Tornando ad Aspi, il prezzo resta fisso a 9,1 miliardi, frutto della lunga due diligence eseguita nei mesi scorsi e anche di qualche aggiustamento al rialzo, rispetto alle primissime ipotesi. Gli indennizzi che invece Atlantia potrebbe essere chiamata a restituire in caso di soccombenza nelle varie cause aperte hanno un tetto massimo che si aggira tra i 7 e gli 800 milioni: la cifra precisa non è nota, ma è comunque superiore ai 500 milioni ipotizzati negli ultimi giorni. Però per Atlantia potrebbe arrivare, per altre strade, anche un altro introito: se ci fossero i ristori pubblici per il minor traffico causato dal Covid, quella cifra entrerebbe nelle sue tasche; pro-quota (hanno l’88% di Aspi) e pro-tempore, cioè in relazione ai mesi in cui ha avuto il controllo della società. Anche ponendo che tutto vada per il verso giusto, è probabile che il closing arrivi intorno alla fine dell’anno; insomma, se i ristori ci saranno, per Atlantia l’incasso potrebbe essere per un periodo piuttosto lungo.
Fin qui l’offerente, affiancato da una schiera di consulenti (Citi e Unicredit per Cdp, Rothschild per Macquarie, Lazard per Blackstone). Adesso la parola passa nel campo del venditore. Il cda, inizialmente preallertato per oggi, è slittato a dopo Pasqua, probabilmente a metà settimana; è probabile che non sia definitivo e che ci voglia almeno un altro passaggio per tirare le conclusioni. Che, tuttavia, difficilmente saranno diverse dalla convocazione di un’assemblea, nella prima decade di maggio, per decidere sulla vendita della preziosa e tribolata partecipazione. Finora le valutazioni sono rimaste molto distanti (gli advisor di Atlantia hanno ipotizzato valori compresi tra 10,5 e 12 miliardi) ma il tempo porta consiglio. E la strada di Cdp resta comunque l’unica offerta in campo. È quasi impossibile che il cda si assuma la responsabilità di rimandare al mittente l’offerta, soprattutto dopo il clima di conflittualità dichiarata con l’azionista Edizione (Benetton), che insieme alla Fondazione Crt per esplicitare meglio la propria posizione favorevole alla vendita a Cdp pochi giorni fa ha bloccato in assemblea la proroga del progetto di scissione di Aspi da Atlantia, aprendo di fatto la strada all’unica offerta sul campo per l’acquisto dell’88%, cioè a Cdp.
Questo non significa che in assemblea la strada sia spianata: molto dipende se sarà in via ordinaria (come alcuni propendono, ma ancora da determinare) o straordinaria, dove ci vuole una maggioranza rafforzata. Però secondo fonti di mercato il gruppetto di fondi internazionali che potrebbe unirsi ai Benetton e alla Fondazione sarebbe più corposo di quanto appaia. Si vedrà.
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